mercoledì 5 settembre 2012

Viaggio a Roma


Il primo impatto
nella città eterna,
mondo distratto
ch'ancor governa
sullo stivale
che fu Impero
senza rivale,
d'orgoglio fiero.
Giù dall'Esquilino
per la via di Camillo
non Furio, ma Benso,
anch'egli nella memoria
degli eroi della storia.
E poi immenso
appar il sigillo,
maestro sul cammino,
di quell'ieri
d'apogeo
che fuga li altri pensieri,
è il Colosseo.
Il sogno dei Flavi
che si spegne
all'istante nell'insegne
con cui trionfavi,
oh Costantino,
che lì accanto
con rigor latino
e le vesti d'un santo
ponesti l'arco
del passaggio
a Cristo, al suo messaggio,
aprendo un varco,
dimentico di Giano,
nel tempo pagano.
E l'editto di Milano
sarebbe andato lontano!
Dai gladiatori
ai martiri, ai santi,
sin ai Papi e ai loro ori,
oh Roma sempre incanti
i popoli tutti,
vincenti o distrutti
ch'in questa vita
speran nell'altra infinita.
Sotto li occhi scolpiti
di Licinio in marmo duro,
vinti e stupiti,
ma per sempre al sicuro,
sfila il vicario
di quel Signore
che oggi muore,
quasi leggendario,
come ogni anno,
coi fedeli accanto,
col medesimo affanno
d'un venerdì di pianto.
Pochi passi in più
sotto un cielo blù
e si bagna lo sgaurdo
nel flusso beffardo
d'un Tevere padre,
acque ladre
di vita, distruttrici,
per quei che nemici
giunsero folli
a sfidare quei colli,
irrigati dalla Fortuna
ch'or illumina la Luna.
Ecco l'isola che fu ponte
per naviganti e pastori,
principianti attori
d'un aureo orizzonte,
che già brillava sulla chioma
della più bella delle signore,
anagramma d'amore,
Roma.
Di tutte le strade
avrebbe rapito
il percorso infinito,
armata di spade,
cemento e di cultura,
la forza che più dura.
S'è fatto ormai dì
e si riparte da lì,
giungendo alla porta
del dio d'ogni porta
ch'è tutto e niente,
bifronte e onnisciente.
Eccoci vicini
al tuo incrocio di destini,
eccoci Giano,
ecco che passiamo!
Corron millenni d'allori
tra il Campidoglio 
e i tricolori,
sbiadito orgoglio
d'una patria sul suo altare,
che ben serva a ricordare
chi il nostro mito
l'ha solo tradito.
E poi la Via del Corso
dove con qualche rimorso
si fa globale
la città che sparse sale
su Cartagine
e ora mostra l'immagine
d'una resa alla periferica
sconfinata America
e alle firme d'una Milano
ch'un tempo aveva in mano.
Attendendo Pechino,
ancora fan l'inchino
qui vicino, nell'aula in cui si trama,
a Palazzo Madama.
Non mi soffermo, ma tremo,
come un tempo fece Remo,
dinnanzi al potere
che gli umani fa fiere.
Vado oltre, scappo lontano
ed ecco il fantasma di Domiziano
nel suo stadio, grande icona,
oggi Piazza Navona,
in cui risuona dolce l'arte
colorando tele e carte,
mentre al centro nelle fontane
corrono acque ancora albane.
È un pomeriggio di primavera, 
col clima che sempre si spera,
e in un idillio di colori
s'arriva al Campo dei Fiori.
E s'avventa la riflessione
che smorza il sorriso
sul nostro viso
per la commozione
dell'attimo opportuno
rivolto al capo chino
d'un cupo Giordano Bruno,
testimone d'avaro destino.
Giustiziato,
perchè ardevan le sue idee,
reato,
più dell'ire manichee
e del suo corpo sul rogo,
quand'il suo ultimo sfogo
annegò nel fuoco
d'un medioevo ch'era poco
per la sua mente distante
e per l'animo sognante.
Un passato non troppo lontano
d'inquisizione,
di Vaticano,
d'Inferno per l'essere umano.
Riposa in pace, oh illuminato,
che giace ferito,
tramortito,
oggi il nemico che t'ha ammazzato!
Il passo si fa stanco, quasi si dorme
all'allungarsi dell'ombre,
con l'ultime ore
d'un sole che muore
il suo diurno viaggio
con luci da Caravaggio.
Ma con ciò ch'è più giusto
si presenta a noi Augusto
e porge a chi spera
il simbolo della sua era
e d'un sentimento che ci piace,
l'ara della pace.
Specchio della sua gloria,
sfoggio della vittoria
d'un ragazzino strano,
l'esile Ottaviano,
che forte del pensiero
fece suo un emisfero.
Riposa lì accanto,
senza onori, senza un pianto,
lui che fu Principe per primo,
occhi di ghiaccio, sguardo da mimo.
Solo,
erede d'affetti
e di difetti
all'ultimo suo molo.
Ci ripenso la notte
mentre disegno le rotte
dell'indomani che riparte
dal suo volto, che si fa arte.
Augusto di Prima Porta,
dall'alto della levata mano
il suo popolo conforta
e domina anche il Vaticano, 
custode dei Musei
di tutti gli altri dei.
L'Apollo, che bel vedere!
E così le Veneri
sopravvissute alle ceneri
dei templi pagani
distrutti dai Cristiani.
Ma spicca la gloria
degli imperatori,
perché anche se poi muori
puoi scriver la storia.
E così il grande Adriano
unito al suo Antinoo,
eterno bambino,
nell'amor più profano.
In quelle sale la mente è più viva,
come nel marmo la Gradiva
per chi la sogna camminare
e muta l'onirico nel reale.
Il culmine dell'emozione
è il ritorno alla Creazione,
dipinta d'un semplice mortale,
tanto finito, quanto geniale,
che in una stanza
ha racchiuso la danza
soave d'un arte umana,
divina
per fama,
Cappella Sistina.
Uscendo, compiaciuto,
faccio ancora un saluto
ad Adriano,
 che riposa poco lontano,
laddove un'angelica santità
lo salvò d'ogni avversità,
donando il nome a quello
che fu sepolcro ed è castello.
Ride intanto il fiume
bagnando con l'ironia,
gran lume,
tal bizzarra dicotomia.
Una volta in più la voce
del poeta si fa vera,
del giorno si vede la foce
"ed è subito sera".
I profumi della cena
illuminano la scena
d'una Trastevere agognata
dal desio d'un'abbuffata.
Sorride meschino
sullo sfondo l'Aventino
dimentico dei ribelli,
ch'i tempi non son più quelli
in cui sentirsi diverso
tra i colli,
oggi anziano e disperso,
mentre noi folli,
ubriachi di storia e convinzioni
parliam dell'antiche secessioni.
In un baleno
è il terzo giorno, il ciel sereno
e non conformi alla tradizione
c'inventiamo una Resurrezione,
di quel che fu il cuore d'oro
dell'Urbe, il suo Foro,
che pulsò politico
sin dal tempo mitico
e con licenza di religio
si nutrì dell'Ecumene
a cui diede le catene,
fosse gallo, scita o frigio,
vasto e vario
 fiero pasto dell'Erario.
Sesterzi e denari
per gli dei più precari
ma lo stesso venerati
dall'uomo e i suoi peccati,
oggi come ieri,
se vogliamo esser sinceri!
Nel mezzo il tempio
di chi subì scempio,
oh Giulio Divo,
dall'impeto vivo
d'un Senato irato
dall'esser tuo amato
d'un popolo alla fame
cui sogni e pane
donavi, facendo liete
le tue brame e la tua sete.
Di fiori e colori
gran sfarzo,
perch'ogni giorno muori
com'all'idi di Marzo,
sotto l'antica Curia,
il teatro della furia
di Cassio e Bruto.
Ti saluto.
E penso al loco dissacrato
da te disorientato
all'oggi poco cambiato,
dell'avaro Senato.
Attorno tante rovine,
confuse e vicine,
su cui getta l'ombra fioca
la colonna di Foca,
ultimo canto nell'agorà
di tal magnifica antichità.
Un sol su di loro,
non leone ma toro,
primavera insicura,
proietta la nostra avventura
sin alla casa delle vestali,
che fa inquietudine e paura,
oh nobili bestie sacrificali
dell'eterna follia,
umano vizio
dalla veste pia,
allor detta superstitio.
Sulla mancina
svetta ancor intera
la basilica vera
di Massenzio tetrarca,
poi salita sull'arca
d'una cultura mai arresa
che la Chiesa
passò all'era futura,
col ratto d'architettura.
E poi l'arco di Tito
col sangue costruito
della Città Santa
ch'il Tasso canta.
Sovrano glorioso,
ricordato illuminato,
ch'esaltar non oso,
nel suo breve regno
ai Giudei chiese il pegno.
Con sdegno, gran furore
e centurioni
mutò in oro il terrore
e donò all'Ade le ribellioni.
Con la gioia del lutto
e del boia il sorriso
stampato sul viso
fece preda di tutto,
il candelabro compreso,
trofeo dell'arreso,
poco dopo il disarmo
scolpito nel marmo.
E il pensante cammino
si volse al Palatino,
dove Romolo, coi suoi nei
d'omicida e tiranno
votato all'inganno,
fu accolto tra gli dei.
Una capanna modesta
da immaginar ci resta,
tra i dogmi e i perchè,
dimora del primo tra i re.
Medesimo palco
d'un egual falco,
invincibile attore,
Augusto Imperatore,
ch'in piccole stanze vermiglie
studiò le meraviglie
del sapere umano
e seppe andar lontano,
ma con moderazione,
mista a miele e assuefazione.
Lo spettacolo che piacque
ancor ci piace
nell'oggi in cui tace,
annegato nell'acque
d'un moderno
lungo inverno,
della voce sua il suono
e in muti marmi giace
senza vita la città
a cui fece dono
di pace
e genialità.
Il proscenio è il palazzo
d'un Domiziano
odiato e arcano
cancellato d'ogni arazzo,
che qui ha vinto tempo e spazio
nonostante la damnatio.
Al suolo raso
di Pandora il vaso
colmo d'Oriente
e d'un Sol Vincente,
casa di El Gabal,
cocchiere d'ogni mal
d'uno Stato d'ebbrezza
desidero di salvezza.
Una notte presto discesa
sul bimbo d'Emesa
Avito Bassiano,
ruggito lontano
del misterioso credo
nell'astro che ora vedo
annebbiarmi le pupille
di misteri e scintille.
Bello e dannato
e predestinato
a metter le mani
sulla corona dei Romani,
potere breve
come quello della neve
tardita
dall'incessante moto
d'una Terra divertita,
a noi noto,
attorno a quel dio
di cui entrambi pagano il fio.
E forse un raggio,
tra le nubi di burro
giunte a inquinar l'azzuro,
rimembra il suo coraggio
e mi ricorda ch'è la vista
a far sì che s'esista.
Corre il cervello
finchè un tramonto 'sì bello
da dirsi divin congedo
crea col suo carro Febo.
All'indomani volo
e non solo,
che porterò via ogni ricordo
anche dell'ultimo giorno,
fin'all'ultimo anno
che per me tesseranno
le ciniche Parche
al timon delle barche
d'un destino mortale
incerto e normale.
Musei Capitolini,
busti illustri
dai tratti sopraffini
ch'in secoli e lustri
han fatto vedere
i fissi sguardi del potere.
Dalla luce eterna
alla lux in arcana,
chi vince e governa
la storia emana,
in immagini di metallo
o con li scritti più segreti,
Marco Aurelio a cavallo
e sentenze e divieti,
negli scorci nel nero
del genio di Merisi,
sporchi e senza sorrisi,
tendenti al vero,
però filtrati dai riflettori
e da quel che decide
e spietato divide
chi è dentro e chi è fuori.
Frattura.
Discesi dall'altura,
marcia indietro
e si torna a San Pietro,
tra Conciliazione 
e apparente contraddizione.
Cerchiamo ancora l'arte,
che sgorga d'ogni parte
di questo regno
dall'alto disegno. 
Troviamo la Pietà,
magia razionale,
che penso surreale
e fiero d'ingenuità
il ricordo porto fin qui
degli orologi di Dalì.
Realtà che non sembra vera,
tempesta di reazioni,
sotto una maschera di cera
che copre un vuoto di convinzioni,
nude ossa,
come quelle di Giovanni,
oh ch'egli possa
senza affanni
dormir eterne ore
di flash e di rumore.
Santi in vetrina
o nel buio d'una cantina,
luccicanti prede
per gli ammaliati dalla fede.
Roma è anche questo.
E il tempo lesto
fuggiva veloce,
belva feroce
mai sazia ch'ha in fato
di far dell'oggi il passato.
Del canto li ultimi accordi
per me narratore
d'un viaggio che non si scordi,
rimato nel cuore.
Torniamo al mausoleo
di questo mondo latino
a cui ancor m'inchino,
miracolo Flavio, oh Colosseo,
dal grasso ventre mattatore
di schiavi e spade
al suon di applausi sul dolore,
porta dell'Ade.
Teatro doppio
dalla matrigna natura
di cappio,
che la figliastra tua abiura,
immagine pura d'un ieri
di cui comunque
si può andar fieri
qui come ovunque.
Il tetto che mai ti coprì
dal ciel che ti tradì,
oh Roma cara,
vacanza amara 
anche per noi si fece,
che nubi nere come la pece
e tonanti tumulti,
tanto simili a insulti,
ci misero in fuga veloci
verso altri porti e altre foci.
Nuovole nere,
inarrestabili fiere,
come quei Barbari affamati
che s'erano affrettati
a predar ogni respiro
del tuo Impero sotto tiro,
ormai stanco d'esser vecchio
e d'urlare nello specchio
per le rughe maledette,
aspre vendette
della fluida sorte 
ch'ogni cosa conduce a morte.
Sarai Odoacre, oh temporale
ch'il sipario hai chiuso
sul nostro andare
sognante e illuso.
Fine del viaggio,
fine della poesia
che di Roma è un assaggio
e di come l'ho fatta mia.

(D.D.)



Settembre avanza



4 settembre 2012

Settembre avanza. Siamo alla seconda giornata di campionato ed è subito una grande Inter. La squadra di Hodgson regala emozioni che sanno di anni '90, quei mitici tempi in cui se uno era tifoso nerazzurro diceva di essere del Parma, del Perugia, o del Chievo. Dicesi federalismo sportivo. Certo, magari la Juve ruba, ma "chi non ha rubato si alzi in piedi" disse Craxi dinnanzi a un parlamento che scelse ancora una volta di rimanere all'unanimità incollato alla sedia. L'Italia, la Repubblica fondata sul pallone, concepita dal miracoloso amplesso di Bettino con Reo Silvio, benedetto da Santa Madre Chiesa e dai suoi profeti, come Tanzi, Cragnotti, Gaucci, per non parlare di Padre Pio, il bisnonno del più celebre Pulcino, Maurizio Costanzo e suo marito Mario, da non confondersi con l'ultimo premier, più simile, sotto le coperte, al giovane centravanti che l'ha poco prudentemente ficcato nella fica della Fico. L'allitterazione consente sempre anche la volgarità. Ma torniamo alla Repubblica, qualcuno dice sia la terza, altri la quarta, ho perso il conto, ma è sempre Lei, sdolcinata amante di uomini eterni come Baffo D'Alema, sopravvissuto al rivale Moretti, deceduto per aver provato a "salvare l'antico vaso" dopo una sbronza a base di birra, convinto di poter chiudere con un bel Montenegro. E poi c'è Cicchitto, meno noto ai più, ma ottimo amante delle giovani e belle entità statali, dai seni prosperosi e dalla cospicua dote. E non tralasciamo Dell'Utri, fondatore dell'inno della Nazionale: "Forza Italia" (il titolo del suo secondo singolo, dopo il successone estivo di "Cosa Nostra", ballato su tutte le spiagge della penisola), l'avrebbero gridato tutti i bambini incitando i grandi campioni azzurri, come Baggio, Del Piero, Totti... Balotelli no, per non turbare il complesso mosaico delle alleanze politiche. La politica, che due palle se non la si prende sul ridere! Ma è proprio lei, fatta a persona, l'amante più piacente della nostra cara Repubblica. Un amore saffico che dura da più d'un secolo, alla faccia di chi nega il matrimonio omosessuale. Certo, va detto che dagli anni '80 in poi il rapporto ha preso la brutta piega della "trombamicizia". È solo sesso. E questa è la ragione del debito pubblico, ehm, pubico. Sono fermamente convinto che Alfano e Bersani, noti sessuologi laureatisi rispettivamente con una tesi sull'intima connessione tra le necessità della realizzazione del ponte sullo stretto e della copertura sanitaria per la rimozione di una vertebra in modo da consentire pratiche per così dire "dannunziane", e una discussione circa l'influsso che ebbe il cunnilingus sulla Rivoluzione d'Ottobre, potranno ristabilire l'integrità sentimentale della suddetta coppia, magari puntando sui valori profondi dell'amore vero, come la vicepresidenza RAI, la soglia di sbarramento, la ripartizione dei rimborsi elettorali, il governo tecnico... il tutto sintetizzabile in un'unica parola: masturbazione. Ma se l'Italia non avesse più bisogno di chi è da anni non si fa che le seghe, disperdendo il seme dei soldi pubblici?! Il tutto nel mentre la Lega Nord si batte con tutte le sue forze per spostare a Varese il punto G, sulla base delle accurate descrizioni fornite dall'ultimo capolavoro di Rosy Mauro, "Cinquanta sfumature di verde". A questo punto mi sorge un dubbio anarchico, anche se adoro l'anarchia quanto il cilicio della Binetti e gli addominali di Giuliano Ferrara. Ma poi per fortuna vedo Grillo. E penso a Collodi, dopo essermi rivolto a Gesù con uno sguardo alla ricerca della più umana sua carità. Penso al Grillo Parlante, che dava i consigli a Pinocchio, per non farlo precipitare nell'errore della via più facile, quella del gatto e la volpe, senza mandarli peraltro esplicitamente affanculo. Ma Pinocchio cadde eccome nella tentazione, come Oscar Wilde prima di lui, Cicciolina poi, e gli Italiani ora. Al popolo si allunga il naso, superando nella maggior parte dei casi le dimensioni dell'organo non ligneo tipicamente erettile nel mammifero maschio adulto. E grazie alla pillola blu della Fata Turchina ora anche durante la terza età. Il Grillo parlante, torniamo a lui, dimentichiamoci la Fata, che ora è europarlamentare del PDL dopo una serie infinita di Bunga Bunga. Quel Grillo insegnava a Pinocchio regole e valori. Quello odierno, invece, si è spinto oltre, ha detto a un Pinocchio affamato di diventare un bambino vero di uccidere il gatto e la volpe, bruciare il Paese dei Balocchi e non credere più a nulla, né alla Fata, né a Geppetto, né a Collodi stesso. Credere solo a Lui, farsi portatore del suo Verbo, unica via per non essere uguale agli altri e raggiungere la salvezza. Un misto tra anarchia, relativismo e religione monoteistica. C'è da riflettere e si consiglia di farlo a stomaco vuoto. Repubblica cara, chi mai ti salverà? È saggio affidarsi a un uomo solo, un uomo forte, un Top Player? No, si corre il rischio di prendere catastrofiche cantonate, ricordate Diego, Van Der Vaart, Mussolini, Giulio Cesare, etc... Dobbiamo reinventarci qualcosa tutti insieme, ma senza cadere nelle false fiabe come il Comunismo e i Teletubbies. Ognuno deve dare quello che può dare, deve rendersi conto di quale parte di sé può essere utile alla comunità e mantenere nel privato tutte le altre parti. Le modelle torneranno sui calendari e negli spot, i calciatori sui campi a emozionarci a suon di dribbling, i cantanti a cantare (forse concedendo un'eccezione a Gigi D'Alessio, lui è meglio che si occupi di viticoltura) e gli attori a recitare, la Minetti a fare la madrelingua inglese per gli invitati stranieri alle feste di Arcore, i vampiri essere spietati sanguinari anziché frigidi romanticoni e gli intellettuali a dirigere il Paese, soprattutto nel senso che un insegnate non sarà più il più insulso essere della catena alimentare (accezione che preferisco a quella di "piramide sociale", non si offendano Ramses and co). Come ripartire? Eh, sarebbe troppo lungo approfondire. E noioso, quasi come le indiscrezioni sul presunto coinvolgimento di Napolitano nella trattativa Stato-Mafia. Tuttavia, iniziamo dalla cultura, proviamo da lì, non è difficile! Dobbiamo moltiplicare le "menti aperte", come faceva Gesù con i pesci (suggerisce suo nipote Formigoni), Silvio con le veline e lo stesso Formigoni con le spese pubbliche per le proprie vacanze. Nel caso della moltiplicazione dell'apertura mentale gli unici validi operatori sono la cultura e l'esperienza. Apprendiamo, dai libri, dai film, dalla musica (sempre che Radio Maria non intralci le nostre frequenze radio facendoci continuamente rendere omaggio a Germano Mosconi), dallo sport, dalla vita. E viviamo! Mi nutro di speranze, ma non preoccupatevi, non fanno ingrassare e si possono abbinare sia alle proteine, sia ai carboidrati. Cazzo quanto mi sono dilungato, inizio quasi a sembrare del PD. Chiuderei tornando al calcio, per esaltare le parole di Florenzi, giovane centrocampista della Roma, figlio del gigante norvegese Tore Andre Flo e del sindaco di Firenze Matteo Renzi e concepito durante un noiosissimo Siena-Fiorentina (0-0, arbitro Carobbio). Il ragazzo ha stupito tutti per il talento dimostrato sul campo e per le parole pronunciate dopo la sfida con l'Inter "E' stata una partita molto dispendiosa, ma siamo pagati per correre, c'è tanta gente che fa più di noi e guadagna molto meno di noi". Umiltà, nella speranza che sia sincero, mentre Cristiano Ronaldo piange nello spogliatoio e dice che è molto triste, non ce la fa proprio più, perché tutti i premi più fighi li vincono Messi e Iniesta. Azz, pensavo fosse per la Spagna sull'orlo del baratro. Sarà per il prossimo pianto. Nota anti-ipocrisia: probabilmente farei come lui, io che non ho mai sognato di essere Cristiano, ma di essere Ronaldo sì. Probabilmente ci vorrebbe un mezzo intellettuale scassacazzi che con ironia e creatività mi suggerisca che dalla mia posizione partirei privilegiato se mai volessi provare a cambiare il mondo...

(M.T.)

domenica 2 settembre 2012

Politiquement correct



Cantautore francese classe 1969, dal nome italiano Bruno Nicolini, mutato nello pseudonimo artistico Bénabar, si affaccia al panorama musicale internazionale con una musica leggera, melodica e rilassante, abbinata a testi ben articolati, che danno dimensione poetica al quotidiano, talvolta con ironia e un pizzico di cinismo. Offre una visione del mondo in linea con quella delle generazioni più giovani, dimostrandosi più che mai al passo coi tempi. Un buon esempio delle sua mentalità decisamente aperta è dato dal brano "Politiquement correct", che esprime la contrarietà, al limite del disprezzo, nei confronti di un ipotetico avversario, che sembra mettere in dubbio alcuni principi ormai quasi unanimemente accolti dal pensiero comune. Razzismo, pregiudizi, diversità, pena di morte, questione ambientale, rispetto della persona. Questi i grandi temi accennati da Bénabar, con la fierezza e la semplicità con cui un padre racconta ai propri figli ciò che ritene essere giusto.

Amo i miei genitori e i miei bambini,
è da benpensante.
Non amo la guerra, né (che ci sia) la miseria,
è irritante.
Trovi forse ciò politicamente corretto,
ma mi fai schifo.
Non sono razzista, sono per i diritti umani,
non porto la pelliccia.
Non rimpiango la ghigliottina, non sono misogino,
faccio la raccolta differenziata.
Sono, lo ripeto, politicamente corretto,
ma mi fai schifo.
Non ho nulla contro le moschee, non mi sento minacciato
dai minareti,
non credo che i gay non siano normali 
e (che siano) per forza fighetti.
Sono una checca politicamente corretta
e a me fai schifo.
Vittima del pensiero unico, io sono, lo confesso, laico
mentre ci penso.
Ci tengo a precisare che non credo che ci siano troppi ebrei nei media
o nella finanza.
Rischio di sembrarti politicamente corretto,
ma mi fai schifo.
Questo ti sembrerà demagogia, ma sconsiglio le droghe
anche ai minori.
Non contribuisco, tieniti forte, all'estinzione dei delfini,
non voglio che muoiano.
Trovi questo ingenuo e stupido, politicamente corretto.
E mi fai schifo.
Non parlo alla cameriera o alla donna delle pulizie
come a delle cagne.
Bisogna rispettare tutte le persone, lo insegno ai miei bambini
perché diventino
un giorno, come mi auguro, politicamente corretti.
E ci fai schifo.

(Commento e traduzione di M.T.)




sabato 1 settembre 2012

Tempeste di fine estate


1 settembre 2012

Tempeste di fine estate. Arriva Poppea e Berlusconi inciampa, folgorato dalle sue forme. Lussazione alla spalla, ma Milan Lab garantisce: "Tornerà a disposizione prima di Pato". Piove, governo "tecnico". Ma d'altronde non si può fare a meno di affidarsi ai "calati dall'alto". È Gotham City, c'è la crisi. Due Facce è uscito di scena da poco, con tanto di onori e riconoscimenti. Ma la realtà è un'altra. È quella del crollo verticale del ceto medio, inversamente proporzionale al sollevamento del dito, anch'esso medio. Sale anche il vomito, allorché si fissino le oscillazioni della borsa, o si osservi il via vai dei Cayenne delle mogli pseudomoraliste degli evasori fiscali, mentre la benzina tocca i 2 al litro e le riforme di Caio, Tizio e Sempronio non toccano i responsabili del disastro. Fanno inorridire persino le cene di beneficenza di casa Wayne, perché nessuno crede più che un milionario possa davvero aiutare gli altri, sia esso il Papa, oppure Batman. Intanto le risate di Joker risuonano dal passato, nel momento in cui ci fermiamo e proviamo a immaginare le cosiddette alternative. Il povero commissario Gordon, a due passi dalla pensione e milioni di miglia dalla realtà, condannato a vivere nell'ombra del grande Dent. E poi c'è la rete fognaria, canale comunicativo privilegiato da un comico dalla voce costantemente all'altoparlante, che si fa chiamare Bane. Propone la distruzione dell'intero sistema e la restituzione della città al suo popolo. A tratti non si capisce se sia il buono o il cattivo. Ma quando inizia a servirsi dell'esercito e a istituire i tribunali popolari che sentenziano la vita o la morte degli avversari, politici e non, allora è tutto più chiaro. E si ricomincia a credere, alcuni in Dio, altri in Batman, altri ancora nel governo tecnico, gli uni nella salvezza dopo la vita, gli altri durante, gli ultimi nella riforma Fornero. E tutto questo mentre lentamente muore, rifiutando ogni tipo di accanimento terapeutico, il Cardinal Martini, noto per essere stato l'anima d'una Chiesa aperta, sia concesso l'ossimoro, al cambiamento. Ovviamente i più lo confonderanno con un attore che ha lavorato con Clooney in uno spot pubblicitario. E ai più tra i meno andrà benissimo così. Sarebbe da cantare "Wake me up when september ends", se non fosse che la stagione successiva è ottobre, il mese in cui cadono le foglie e scoppiano le rivoluzioni degeneranti nei regimi. Troppi casini. L'unica cosa bella di ottobre è che si entra nel vivo della Champions League. Per il momento mi tengo stretto l'ombrellone e provo a pensare positivo. Nel mio Bel Paese non esistono le sparatorie al cinema e non a caso Batman sceglie l'Italia, già terra amata dai Volturi, per godersi la vita insieme alla bella Cat Woman (o a Robin, a seconda delle preferenze sessuali del momento ndr), dopo aver salvato il mondo. Contiamo ancora qualcosa, altrimenti avrebbe optato per Parigi o Berlino. E già che abbiamo due (o tre) supereroi sul nostro territorio, forse ci daranno una mano a risolvere alcune questioni irrisolte, tipo la riforma elettorale, il decreto anticorruzione, il passaggio dei preliminari di Coppa Campioni da parte dell'Udinese, la persistenza di Gigi D'Alessio nello scrivere canzoni e quello di Cecchi Paone nel fare outing mediatici, il dilagare silenzioso di Comunione e Liberazione e la continua apparizione di Ufo e Madonne (compresa la cantante ndr) etc... Se invece preferiranno godersi la pensione e guardare i giovani cadere nel baratro, nonché nelle grinfie di Bane, allora potranno iscriversi alla CGIL, inneggiare all'articolo 18 e dare la colpa a Berlusconi. E confondersi nel rumore composito, insieme a quelli che invece danno la colpa ad Allegri, o ai "negri" (licenza poetica per fare la rima ndr), oppure alla generica e tediosissima "crisi dei valori", per non parlare dei Comunisti antropofagi o degli iettatori Maya. Ma non lo faranno, sono pur sempre eroi dei fumetti, disegnati dagli uomini per essere diversi dagli uomini. E allora penso: "Se solo Sailor Moon fosse Ministro degli Esteri!". Chiudo con un nuovo speranzoso scoop da Curiosity: "Su Marte non c'è un Batcazzo!".

(M.T.)

giovedì 23 agosto 2012

X agosto


Anonimi detriti
dai tratti indefiniti
d'umili sassi e
polvere di galassie

alla fine del viaggio 
e non senza coraggio
si veston d'una luce
ch'a morte conduce,

nella notte più bella
per noi spettatori
ciascun si fa stella

e s'inebria di gloria,
come triste sui fiori
la farfalla finisce la sua storia,

ardendo d'ingenuità,
come i desii nostri di felicità.

(D.D.)


Pensieri, magia e Curiosity...


21 agosto 2012

Pensando a ruota libera. Ferragosto è passato, il caldo non ancora. Anche i telespettatori di Studio Aperto ora sanno chi è Caligola. Imperatore pazzo come un anticiclone estivo, nominò il suo cavallo Senatore della Repubblica. Dicesi liste bloccate. Nel frattempo Monti, dopo aver partecipato attivamente al Meeting di CL a Rimini, vola a Hogwarts per intervenire anche all'altrettanto prestigioso Torneo Tremaghi. Salvare Cedric Diggory è ancora possibile, prima che diventi un vampiro a tutti gli effetti. Necessario contrastare, magari con gli adeguati Draghi, la presa di posizione della scuola di Durmstrang, assolutamente contraria alla continua attribuzione di punti a Grifondoro. La casa da sempre privilegiata ha infatti un evidente disavanzo di bilancio, dovendo mantenere un organico amministrativo pari a dieci volte quello della regione Sicilia. Ma si sa, gli Italiani perdono le guerre come fossero partite di Quidditch e le partite di Quidditch come fossero guerre, diceva sempre Albus Silente. E negli anni '80 se votavi socialista, tua cugina veniva assunta in Alitalia, se invece eri democristiano, allora tua moglie beneficiava della baby pensione. E certe cose le dicevano i Serpeverde ai tempi di Lucius Malfoy, prima che suo figlio Draco diventasse consigliere regionale in Lombardia. Tutto il mondo è paese. Hagrid è l'alterego buono di Giuliano Ferrara. Ma il vestito da ballo di Ron Weasley è nulla confronto al doppiopetto arancione di Formigoni. I confini tra la realtà Dolce&Babbana e la magia sono sempre più labili. Pare che il PSG sia sul punto di acquistare niente meno che Harry Potter, il miglior cercatore di tutti i tempi. E che dire del presunto amore estivo tra Fabrizio Corona e Rita Skeeter?! Tutto ciò in attesa che Batman ritorni per risolvere la questione in Siria, contro i crimini efferati di un pronipote del più celebre Jafar. E soprattutto che Antonio Conte sia ingiustamente condannato per l'omessa denuncia della venuta del Messia, che avrebbe causato numerose disavventure al popolo ebraico nel corso dei secoli, con l'aggravante del furto di parrucca ai danni di Carlo il Calvo. Nel frattempo si terranno i funerali di Europa, con rito germanico. E la preoccupazione più grande riguarda i possibili effetti indiretti sul corretto svolgimento della Champions League. La Bundesbank è stata chiara: niente aiuti a Ibra per vincerla! Uno spiraglio di speranza, per tutti, ma proprio tutti, viene da Curiosity: su Marte non c'è un cazzo!

(M.T.)

martedì 21 agosto 2012

Daniel Dyler e le Avventure nelle Terre di Mito. III- Benvenuti a Zerya




«Svegliati Jake, svegliati!» furono le prime parole che Jacob udì, non appena riprese conoscenza. Una volta aperti gli occhi scorse la sagoma dell'amico. Lo riconobbe nonostante la presenza di una fortissima luce bianca, che lo abbagliava a tal punto da indurlo a socchiudere nuovamente le palpebre. «Daniel, stai bene? Dove siamo? Cos'è questa luce?» disse quindi all'amico, balzando letteralmente tra le sue braccia. «Sicuramente siamo lontani da casa. Anzi, ho l'impressione che siamo molto, molto lontani. Ma non sono riuscito a vedere nulla, sono svenuto... Non so dove ci troviamo». Il giovane Dyler non sembrava affatto spaventato, almeno finché non gli venne in mente che entro pochi minuti sarebbe cominciata, nel liceo di Ullapool, la lezione di matematica: «Dannazione, la Forsaidh, la Forsaidh, quella mi boccia sul serio sta volta! O peggio, va da mio padre e gli dice che ho marinato la scuola stamattina... E addio festa di compleanno!». «Il dado è tratto Daniel, me lo dici sempre anche tu quando sono io a combinare qualche disastro! Tu sei salito su quel dannato cavallo! E adesso dobbiamo pensare come tornare indietro, ma dubito che riusciremo ad arrivare a lezione in orario. E dubito anche che arriveremo entro il pomeriggio... Potremmo anche non essere più nel West Highland!» ribadì Jacob. A quel punto Daniel mutò nuovamente il proprio atteggiamento, quasi lasciandosi alle spalle le sopraggiunte preoccupazioni, sopraffatto dalla curiosità ed eccitato dall'avventura. «Già!» esclamò, cercando di guardarsi attorno, con una mano sopra gli occhi, per ripararsi dall'intensità della luce. «Daniel, mi stai ascoltando?! Dobbiamo trovare quei cavalli! Dove sono quei cavalli? Forse loro possono riportarci a Ullapool...» esclamò Jake. 

 A un tratto la luce bianca che confondeva, quasi fosse fitta nebbia, la vista dei due ragazzi, iniziò a perdere intensità, fino a scomparire. In questo breve lasso di tempo Daniel e Jake si accorsero che si trovavano in mezzo a una sorta di anfiteatro, grande quasi quanto un moderno stadio. Il pavimento su cui si erano risvegliati i due amici era ricoperto di un marmo molto chiaro, mentre gli spalti erano costituiti da gradinate lapidee uniformi, non rivestite, che suscitavano un'impressione di imponenza e maestosità. Nel mezzo di esse correva un'unica fila circolare di grandi sedie argentee, che luccicavano all'orizzonte, abbastanza distanti l'una dall'altra e disposte con assoluta regolarità. Al centro dell'arena vi era una grande terrazza rialzata, a base pentagonale, coperta da una cupola d'oro. Quest'ultima era sostenuta da cinque sottili colonne, assai slanciate e di color vermiglio, poste negli angoli. Gli spigoli della struttura muraria sottostante erano anch'essi tinti del medesimo rosso, tanto che dalle tribune sembravano dei veri e propri pilastri, posti alla base delle colonne e formanti con esse un doppio ordine. Nel mezzo della terrazza rialzata vi erano cinque maestosi troni, costruiti con lo stesso oro della cupola e decorati con pietre preziose di diverse tonalità, ciascuno rivolto a uno dei lati del pentagono. Daniel e Jake riuscivano a vederli abbastanza bene dalla loro postazione e ne rimasero subito meravigliati. «Mai vista una costruzione del genere nel West Highland!» esclamò attonito il giovane Reid, armandosi della consapevolezza di essere lontano da casa. «Non credo ai miei occhi, ma potremmo essere in Italia. Questo non può essere che un anfiteatro romano» rispose Daniel. «Tirato a nuovo però!» lo interruppe l'amico. «Già...».

 «Daniel, guarda laggiù! Le sedie luccicano come stelle... E non sono vuote... Non siamo soli!» aggiunse Jacob, notando che i posti a sedere sugli spalti erano praticamente tutti occupati. «Che vista da falco, non ti smentisci proprio mai» disse allora Daniel. E poi «Andiamo a vedere Jake, dai, corriamo!». Man mano che si avvicinavano alle gradinate si resero conto che ognuna di quelle sedie era occupata da un ragazzo o da una ragazza, che dovevano avere all'incirca la loro età. «Davvero incredibile, saranno un migliaio!» esclamò Daniel, facendo rapidamente ruotare il proprio sguardo a trecentosessanta gradi. «Ehm... ci sono due posti liberi da quella parte...» aggiunse l'amico. «Sai che non credo alle coincidenze Jake. Quelle sedie sono per noi due. Corriamo!». «D'accordo, ti seguo». «Da quando tutto questo coraggio?». «Ho alternative?!». I due continuarono a parlottare, anche dopo aver decisamente accelerato il passo. E in un battibaleno furono alle scalinate. Le risalirono, non senza faticare, sebbene fossero due sportivi, arrivando a destinazione col fiatone. Si accorsero che tutti i ragazzi già seduti erano praticamente immobili, con lo sguardo rivolto alla cupola dorata, quasi ne fossero ipnotizzati. Nessuno sembrò avvedersi del loro arrivo. Era tutto davvero molto strano. «Non è che sono tutti degli Zombie vero?» chiese Jake, visibilmente preoccupato. «Non esistono gli Zombie!» rispose Daniel. «Già, ma nemmeno i cavalli alati dovrebbero esistere...» continuò allora l'amico. Non appena ebbe finito di pronunciare queste parole, Jake alzò gli occhi, quasi potesse ottenere qualche risposta dal cielo, il cui azzurro, vivo e lucente, si specchiò così nelle sue iridi color ghiaccio. Proprio in quel momento il silenzio fu rotto dal sopraggiungere di un rumore molto forte, proveniente dal centro dell'anfiteatro. Solo Daniel e Jake si voltarono per guardare che cosa stesse accadendo, mentre tutti gli altri sembravano essere totalmente indifferenti anche a un tal frastuono. Tramite lo scorrimento di alcune enormi lastre marmoree, si spalancarono cinque ampie aperture nel pavimento dell'arena, ciascuna delle quali in contiguità con uno dei muri della struttura pentagonale. Il processo, da cui evidentemente scaturiva il rumore, si concluse dopo pochi minuti, ma il ritorno della quiete non durò altrettanto a lungo. Fu infatti nuovamente rotto, allorché da queste porte uscirono, uno dopo l'altro, tantissimi cavalli bianchi, che si disposero tutt'attorno, occupando una buona parte dell'arena. «Così entravano le belve feroci nel Colosseo!» esclamò Daniel, a cui venero in mente le numerose descrizioni che aveva letto riguardo ai combattimenti tra uomini e leoni, tanto brutali quanto amati dagli antichi Romani. «Questi sono cavalli normalissimi però, non hanno le ali!» esclamò invece Jacob, richiamando l'attenzione di Daniel su tal particolare, che gli pareva importante. «Forse quelle ali d'argento le abbiamo davvero soltanto sognate...» continuò, notando che le sue parole avevano particolarmente colpito l'amico, risvegliandolo dai sogni a occhi aperti riguardanti l'Impero Romano. «Hai ragione Jake, è strano che non abbiano le ali» disse Daniel, mettendosi una mano sulla fronte. «Beh, è strano che quelli di prima le avessero, non che questi non le abbiano!» ribatté Jacob, evidenziando il paradosso delle parole appena pronunciate dal giovane Dyler. «Forse hai ragione, ma non so quanto valga un ragionamento razionale come il tuo in un contesto irrazionale come questo» concluse Daniel. 

 Avvicinandosi ulteriormente alle due sedie vuote crebbe in Daniel e Jacob il desiderio di raggiungerle e occuparle, come avevano fatto tutti gli altri ragazzi. «Chissà cosa si prova a diventare uno Zombie!» esclamò il primo, ironizzando su quanto si era detto precedentemente. «Irrazionalità, l'hai detto tu... Quindi possono esistere anche gli Zombie!» ribadì Jake, rigirando abilmente la frittata, in modo da far notare a Daniel che, poco prima, si era contraddetto. «In ogni caso dobbiamo fare qualcosa. E l'unica cosa che possiamo fare è sederci» continuò. A questo punto non fu certo Daniel a opporsi ed entrambi si affrettarono a occupare i due posti vacanti. Una volta che furono seduti provarono una del tutto innaturale sensazione di sollievo, quasi fossero sotto l'effetto di un sedativo, e non riuscirono più a staccare il loro sguardo dalla cupola dorata, proprio come doveva essere accaduto a tutti gli altri.

 A un tratto al di sotto della cupola qualcosa si mosse. Uno dopo l'altro fecero capolino sulla terrazza, attraverso una piccola scala a chiocciola posta esattamente al centro di essa, dietro agli schienali dei grandi troni, cinque uomini, non più giovanissimi, indossanti delle lunghe toghe, ciascuno di un colore diverso. Questi occuparono i cinque seggi, senza tuttavia destare troppo nell'occhio dei ragazzi sugli spalti, ancora imbambolati dalla lucentezza della cupola. Dopo qualche minuto, tuttavia, uno di loro, che doveva essere il più anziano, all'incirca sulla settantina, e aveva il volto molto scavato, la pelle olivastra e i capelli ancora perfettamente corvini, che fuoriuscivano da un turbante, rosso porpora, così come la veste indossata, iniziò a parlare: «Buon giorno a voi, giovani di Gea, benvenuti a Zerya!». La sua voce si sentiva forte e chiara in tutto l'anfiteatro e le sue parole innescarono due fenomeni decisamente bizzarri. Innanzitutto la cupola smise di luccicare, diventando opaca, quasi bronzea, e così anche di attirare l'attenzione degli spettatori. Da quel momento tutti gli sguardi si poterono concentrare sui nuovi arrivati, occupanti i cinque troni. Contemporaneamente proprio queste grandi sedie auree, dai lunghi schienali, cominciarono a muoversi, molto lentamente, descrivendo una sorta di orbita attorno alla tromba delle scale. Erano infatti poste su di un piano rotante, in modo che da ciascun trono, compiendo un giro, si potesse aver vista su tutte le tribune dell'anfiteatro. Tra lo stupore di tutti quanti, Daniel e Jake compresi, quello strano individuo, dal tono di voce molto grave, che ne risaltava la solennità, continuò il suo discorso: «Zerya è la prima delle città delle Terre di Mito, il Mondo In cui Tutto Originò, molto lontano dal vostro pianeta, dai vostri paesi, dalle vostre case, ma allo stesso tempo molto vicino a tutti voi, cari ragazzi di Gea, perché un'unica sorte ci unisce, sin dal principio di tutte le cose...». 

(M.T.)

martedì 7 agosto 2012

Flussi di pensiero I


23 luglio.

Flussi e riflussi di pensiero. Un lunedì nero attraversa la strada. Che sfiga. Sale lo spread, crolla la borsa. Ma l'UDC non cessa ancora d'esistere. Che casini. Intanto Balotelli spende e spande a Ibiza, accrescendo il PIL della Spagna. Alonso vince in Germania, Montezemolo esulta ma non si candida. Un lampo di fortuna. Monti si abbandona alla vodka nel lettone di Putin. Non c'è più niente da fare. Tre mesi di stop per Caceres e i mercati non si fidano di Lucio. Conte chiede rinforzi, ma il PSG nega gli Eurobond. Hollande sorride, sembra scemo, ma sembra anche non esserlo. Altro lampo di buona sorte. La Merkel ha mangiato troppa torta, lo sanno tutti. Siamo all'indigestione. Servirebbe coraggio. E invece si ammazza chi va a vedere Batman sognando il suo ritorno. Se questo è un uomo. Se questo fosse almeno un pipistrello. Se solo la Bindi conoscesse le tinte di Joachim Loew. Se solo in tanti fossimo men belli, ma più intelligenti della Bindi. Se solo il PSG si comprasse anche il Papa. Se solo i nostri sogni fossero diversi da quelli di Ibra. Senza ma e senza se. Ma scriviamoci, amiamoci, sorridiamoci, è già quasi martedì. E i cani potranno viaggiare in business class. Tutti gli animali sono uguali, nessun animale è più uguale degli altri, considerando l'epidemia di maiali che sta travolgendo la classe dirigente. Saluti James. Neuroni in libertà. Parole. Maschera di follia. E io rido.

31 luglio.

Flussi di pensiero. Olimpiadi 2012, per i Maya sono le ultime. E la Grecia, che le ha inventate, c'è ma non c'è. Perché la Dracma è una merda e Alba Dorata anche. Era il 776 prima della presunta venuta di Cristo, era l'orgoglio delle città figlie di Zeus, nasceva lo sport, mentre nasceva anche l'Occidente. Si vinceva l'onore, ma anche il denaro non era disprezzato. L'uomo. Se solo Serse avesse capito che per vincere gli sarebbe bastato comprare una squadra scarsa e trasformarla in un dream team, insomma nella squadra del cuore di Ibra, anziché provare a corrompere i sacerdoti spartani, mandare a morte Leonida e fare impazzire le ragazzine e non solo per gli addominali di quei 300 martiri (per la giustizia sportiva 298, ma 300 sul campo ndr). Lo sport vince anche sulla corruzione, perlomeno in età preromana. Già, perché i Latini inventarono le leggi e con esse i modi per eluderle. Made in Italy. Già, perché con la partecipazione di Nerone ai Giochi del 67 d.C., in molti già scommettevano, più o meno lecitamente, su una sua vittoria. Furono deferiti Tigellino per illecito sportivo e Ponzio Pilato, post mortem, per omessa denuncia. Già si avvertivano anche fenomeni di razzismo. Ma anche questo è l'uomo. Ai Barbari era vietato partecipare. Nei pressi di Londra, purtroppo, stentava ad affermarsi il Neolitico, mentre la cancelliera tedesca allora era poco più di un capo tribù alla guida di una banda di predoni che solevano approfittare delle debolezze dell'Impero Romano, per operare razzie d'ogni tipo. Corsi e ricorsi. Legioni e legioni per frenarne l'avanzata, sarebbe servito un esercito di Draghi. E la penisola, il centro del mondo, vanamente protetta dai suoi Monti. Nerone propose il matrimonio gay, anticipando peraltro la prevedibile reazione dell'Osservatore Romano con una persecuzione preventiva. Ma un giovane democristiano vinse la corsa a ostacoli, si faceva chiamare il Divo Giulio, proprio come Cesare, e giurava che sarebbe sopravvissuto fino alla fine del mondo, appunto nel 2012, alla vigilia delle elezioni in cui avrebbe dovuto vincere il Partito Democratico, come narrato nell'Apocalisse. L'imperatore vinse tutte le altre gare. E festeggiò, forse esagerando con i fuochi artificiali. Non sapeva che presto sarebbe caduto vittima di una congiura dei pretoriani, a causa della mancanza d'un'intesa sulla legge elettorale. Non sapeva che un giorno le Olimpiadi sarebbero state vietate dai Cristiani, in quanto segno di ignobile idolatria. Teodosio. Flussi di potere. Potere temporale della Chiesa. Medioevo. Cassano. Rosy Bindi. Sceicchi del PSG. Londra 2012. Popoli che leniscono la propria fame ammirando gli atleti, belli, ricchi e vincenti. Non c'è più nemmeno il razzismo, Balotelli avrà un figlio dalla Fico. Alla faccia di Catone. Tutto questo non lo si sapeva, molto altro ancora non lo si sa. Ma anche ai Giochi 2012, per Giove, all'Italia andrà l'oro nell'uso della spada, indelebile traccia del potere universale che ebbero le nostre legioni. Con i vostri Giochi, oh Elleni, e con le nostre spade, così inizio l'Europa...

7 agosto. 

Il mese di Augusto, il caldo del Re Sole, la fine prematura di Europa. Like a Bolt from the blue. Eccoci a 100 metri dalla fine di un sogno. La marcia olimpica di un Italiano col cognome austro-ungarico, la maratona di un professore di economia e austerità, entrambi alla disperata ricerca dell'oro. Non importa se si sia trattato di EPO, FMI, BCE, LSD, USA, ETC... WTF! Dare le sigle, per non dare i numeri. Giovane Europa, ti rapì Zeus vestito da toro, sei uccisa dal bue castrato di Wall Street, dai Tory e dagli amanti della corrida. Vacche magre. Se poi ci aggiungiamo che VITELIU, terra dei vitelli, fu il primo nome dell'Italia, oltretutto geograficamente riferito alla Calabria, beh, a qualcuno andrà di traverso l'acqua del Po, a qualcun altro i diamanti stretti al palato dopo il bacio dell'anello del boss, o del divo, del calciatore, della moglie del facoltoso amministratore delegato, liquidato con una somma maggiore della perdita accumulata dal suo esercizio. La terra dei cachi. La terra dei crauti. Come poteva durare un matrimonio che la storia insegna non s'aveva da fare?! Ecco perché forse avevano ragione gli antichi. Torniamo sul Mediterraneo. Sole, cuore, amore. Le tette di Sabrina Salerno e la Primavera Araba. L'asse tra Roma e Costantinopoli, passando per Atene e senza dimenticarsi di Lloret de Mar. Un nuovo Impero sullo stesso mare. Red e Toby, Egitto e Israele. Si può fare. Yes we can. It was the myth before the Mitt. Goodbye Barack, è stato bello. Come fu bello con Jim Carter e poi suo figlio Nick. BSB. As long as you love me. BTP. As long as you fall down. Forse aveva ragione quel comico genovese con una certa passione per la politica: "Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti". Vedere una cravatta mi fa vomitare. Vedere l'energia che si spreca per non far sudare i pinguini in doppiopetto mi fa pure piangere. Vedere un pezzo di Groenlandia grande come la Gran Bretagna che si stacca e affonda mi fa pensare che in fondo il crollo dell'Euro non è che un ghiacciolo al limone. Nel mese di agosto. Sbrighiamoci, arriva San Lorenzo. Stelle cadenti, da una bandiera blu. O da una maglia bianconera. Desideri da esprimere. Un posto di lavoro. Matteo Renzi. Il top player. Il tutto al suono di una Lira... 

(M.T.)

giovedì 2 agosto 2012

Campo di grano

Poche righe
e forse mille disgrazie
io nel campo lucente di spighe
scrivo, per dirti grazie.

A te, che nella mia distesa di grano
provi a guardare lontano,
a te, che non hai paura
di quei neri corvi sulla tua avventura.

Vedo anch'io distorta
d'una camera vuota la realtà,
senza futuro, quasi morta,

ma schiavo dello specchio
il senno mio mai si priverà
per te d'un orecchio.

Mai dovrai pianger degli spari,
ma ti spegnerai nei miei colori avari

che sbiadiscono al sol leone,
nel breve tempo dell'impressione.

(D.D.)