venerdì 19 ottobre 2012

Daniel Dyler


Un vecchio libro di lettere antiche,
un mondo nuovo di vivo presente,
l'idee d'Amore e 'l cuore di Psiche,
l'ingenuo sorriso d'un'età splendente.

Il paesino isolato, un po' dolce, ma amaro,
l'infinita città ch'è madre indifferente,
l'universo d'un diverso da scoprir raro
e d'un diario le pagine attente.

Speranza ne li occhi, neve sul viso,
più una folta chioma di pensieri
e rosee le labbra d'arditi desideri.

Piccolo Principe, timido Narciso,
dio dell'amicizia e uomo nella paura,
guidato dal giusto in ogni avventura.

Dal freddo dell'Artico all'altra dimensione
col semplice sogno d'un'emozione.

(D.D.)


lunedì 15 ottobre 2012

Je te suis et je suis moi

2004. L'art, le miroir de la félicité.

Qui j’suis je n’sais pas bien,
mes réponses toujours les mêmes.
En effet j’en sais rien,
j’sais seulement que je t’aime.

Je te suis et je suis moi,
j’suis trop vide sans toi.

Ma place heureuse et sûre
est à côté de ton âme pure,
au milieu de ton cœur,
dans tes bras, pas ailleur.

Ton égard, tes yeux
c’est tout ce que j’veux,
parce que c’est ta réalité
mon miroir de la félicité.



2012, L'amour, je te suis et je suis moi.

Je chantais tout ça
pendant ces jours là,
quand j'étais qu'un enfant
perdu parmi les géants.

Et mon ésprit etait faible,
trompé par la règle
qu'il faut qu'on commence
d'aimer opposé à l'absence.

Mais aujourd'hui je l'ai appris
qu'on doit pas être rempli,
plutôt fondu dans un feu
qui nous transforme en dieux.

Plus jamais de cieux sans toi,
je te suis et je suis moi.

(D.D.)





Daniel Dyler e le Avventure nelle Terre di Mito. IV - Gli Arconti dal Nome Incancellabile




 Ipotizzando la paura che le sue parole avrebbero potuto generare negli animi dei giovani seduti sugli spalti, il vecchio uomo, per quanto non gli fosse possibile virare su un tono di voce meno tenebroso, cercò di rassicurare tutti quanti: «Non temete miei cari giovani, perché qui siete al sicuro! E Zerya, la città prima tra la città e prima delle città, è al sicuro perché voi siete qui! Tutto vi verrà spiegato nel dettaglio, non avrete alcun motivo di bagnare con il pianto quest'orizzonte che si dona alle vostre pupille, 'sì tanto diverso e lontano dal vostro essere quotidiano. Prestate attenzione a ciò che sta per rivelarvi un uomo che ha la saggezza nelle rughe e l'amore e la giustizia nel cuore!». Molti sguardi sembrarono essere meno tremanti e tiepidamente colorati di una certa curiosità. Daniel era a dir poco affascinato da quello che stava accadendo. E Jake, attonito, contemplava gli occhioni verdi dell'amico, leggendovi tutta la sua eccitazione. Amava quelle iridi immense, che altro non erano se non le due pagine di un infinito e mutevole libro sempre aperto, quello dei pensieri e delle emozioni del suo migliore amico. A volte, pensava, guardando certi occhi non servono parole per sentirsi costantemente in due. 

 Continuò poi il suo discorso quel misterioso signore dal viso scarno e scuro, che pareva il composto gran visir di un sultano mediorientale: «In questo momento vi trovate nell'Anfiteatro che tanti secoli fa l'architetto Espidòro, il più grande di tutta la storia di Zerya, regalò alla nostra città. Consentitemi di farvi notare come ancora una volta, qualsiasi sia l'universo in cui si trovi, allorché l'uomo s'immerga nella contemplazione dell'arte, in ogni briciolo di secondo dell'era del suo presente, come fu nel passato e sarà nel futuro, non conosca più alcun concetto di tempo se non quello di una certa eternità, un infinito esclusivamente umano che ha l'unico limite di non poter vivere al di fuori dell'uomo. Scoprirete che questo limite è per certi versi anche il limite di ogni dio...». Molti ragazzi non poterono fare a meno di voltare timidamente il capo perplesso verso quello del proprio vicino, evidentemente cercando altre spontanee manifestazioni di smarrimento di fronte a quella nebbia di parole, quasi filosofiche, che donavano ulteriore profondità all'assurdo mistero che stavano vivendo. 

 Continuò nel mentre la voce severa: «Sappiate che nessuno di voi sta sognando e che tutto quello che vedete e ciò che vi sto dicendo corrisponde solo e soltanto al vero. Chi vi parla è Enlil, uno dei cinque Arconti dal Nome Incancellabile, custodi di Zerya e del Bene nelle Terre di Mito. Gli altri quattro, che siedono accanto a me, sono i miei pari Kumarbis, Ra, Baal e Tin. È probabile che alcuni tra voi abbiano già impropriamente udito questi nomi, che da millenni si propagano nelle galassie come i raggi di luce delle loro stelle». «Uno sicuramente...» bisbigliò a questo punto Daniel, non appena l'anziano uomo vestito di rosso che diceva di chiamarsi Enlil smise di parlare, facendo precipitare l'anfiteatro prima nel silenzio e poi nell'accennato brusio. «Ra è un'antica divinità egizia, ne sono pressoché certo!» esclamò il giovane Dyler, che un po' per passione, un po' per il fatto di essere il figlio del bibliotecario, navigava spesso tra i libri di storia e di mitologia antica. Stava quasi per fare un collegamento mentale proprio tra la "mitolgia sulla Terra" e le "Terre di Mito", quando l'interruppe un commento secco di Jacob: «Ra? Adesso ci manca solo che compaia un dinosauro insomma!». Sarcastico, a metà tra l'ironia e l'incredulità, si metteava le mani sulle tempie, avvertendo il suo stesso battito corporeo, che si traduceva peraltro in ondate di sudore freddo e nel sopraggiungere di un leggero mal di testa. Ma come dargli trorto? Il suo nome non era né mitologico, né tantomeno "Incancellabile": era un Reid, noto ai più della borgata di Ullapool solo per la sua presunta bellezza e per le origini irlandesi. Il pensiero più razionale che poteva avere in quel momento in cui il mistero non faceva che aumentare era che Zerya potesse essere una cittadina sperduta nel Pacifico, magari non lontana dalla Nuova Zelanda, e che conservasse usi e costumi distanti nel tempo e nello spazio, tanto da sembrare quasi magica. Ma quei cavalli? Le loro ali? Potevano essere stati drogati con qualche pozione aborigena o maori? Il caos dilagava nuovamente nella sua mente. E, come tutti, anche Jake era a questo punto ansioso di ascoltare le spiegazioni degli Arconti.

(M.T.)




domenica 14 ottobre 2012

Valzer dell'Impero

Prese per mano l'astuto Augusto,
troppo saggio e dal viso d'un giusto,
un'ingenua Repubblica anziana
dall'anima fiera, ciceroniana.

E l'invitò a ballare, con sguardo sicero,
questo Valzer dell'Impero.

"Lo spettacolo vi deve piacere,
applaudirmi sarà un dovere"
avrebbe voluto scrivere
con le parole del suo ultimo vivere.

Egli che vinto, fermo e ancor serio,
cacciato Ovidio scelse Tiberio.

Narra la storia ch'ogni delfino
è troppo vicino: amaro destino!

Allor il terzo, che portò la caliga
e in Senato la sagace quadriga,
era parso persino migliore
pria ch'in follia gli mutaron l'onore.

Accorse il buon Claudio, lo zoppo,
a prendersi Roma sul groppo.
E domò i benpensanti, ch'impresa!
Ma dinnanzi all'amanti conobbe la resa.

Poi ch'era spenta s'affrettò Nerone,
forse eccessivo per l'occasione,
a dar luce a una città senz'estro,
guidato d'un Seneca fido maestro.

Ironia della sorte, vox media,
tra gli scritti suoi trionfò la tragedia.

Pochi mesi per quella di Galba,
d'anima nobile, utile e scialba
e a Ottone e a Vitellio altrettanti,
poi fieri eserciti quasi danzanti
donaron l'Impero all'avara mano
del gran generale Vespasiano.

Quindi il buon Tito, terror d'ogni ebreo,
che vestì l'Urbe del Colosseo.

E con Plinio in quegli anni Pompei
sparì per volar sin ai tempi miei!

Venne poi Domiziano, primo Divo
asceso all'Olimpo ancora vivo.
Ei sincero mostrò che muore
la Libertà se v'è Imperatore.

M'ancora acerba la Roma serva
fece ricorso all'antico Nerva
e agli Ottimati col lucido piano
che ben premiò l'iberico Traiano.

Il figlio si sceglie, spietata verità
per il mondo che piano verrà!

L'oro di Dacia e la filosofia
del grande Adriano furon magia,
come il bacio al suo Antinoo
e lo sguardo ad Atene a mo' d'inchino.

Così il pio Stato d'Antonino
vide l'apogeo lungo il cammino.

Dal sogno s'ebbe il risveglio
già sotto Marco Aurelio,
dal cavallo nel bronzo scolpito
e negl'incubi barbari smarrito.

Fu Commodo un Ercole Amaro,
del crollo imminente ignaro,
parentesi quasi vuota
d'una melodia alla penultima nota.

La guerra impegnò i destrieri
finché Settimio insidiò i Severi
e di rigor abusò per chiuder la falla,
fornendo le chiavi a Caracalla
per unire con cotanta speme
nell'uno di Roma l'intero Ecumene.

Macrino l'asceso al pretorio,
ch'avea il gladio nel repertorio,
l'uccise a tradimento
e dell'era dei corvi segnò l'avvento.

Il povero Avito Bassiano
pregò un Sole fin troppo lontano
e la vita gli fu presto presa,
ch'il Palatino non potea esser Emesa.

E venne Alessandro, l'ultimo Severo,
ma cadde in un lampo di fine Impero.
Fu Massimino, detto il Trace,
a vertir nell'anarchia l'augusta pace.

Militari, veterani, legioni
vestiron la porpora dell'istituzoni.

Fallì Diocleziano, duellando col Male,
distratto dal folle sogno federale.

Quattro capitali, un disegno vano
ch'invece aiutò Costantino a capire
qual altra strada fosse da seguire:
un solo Dio, un Paradiso arcano!

Della Fortuna del Milvio il richiamo
udì. E seppe allor far cristiano
quel regno millenario
dal costume antico ormai leggendario.

Pensò forse a quel Teodosio ingrato
ch'avrebbe sputato al maestro passato,
bandendo dai templi gli dei pagani
e al figlio Onorio inchiodando le mani
a un Occidente da sacrificare
per Bisanzio, sul suo stesso altare.

Viva Arcadio e regni senza pudore
accanto al barbaro invasore
ch'ingordo verrà a predar l'Italia,
terra ch'eterna li animi ammalia!

(D.D.)


venerdì 12 ottobre 2012

Elena

Nel nome porti l'eco della guerra,
negli occhi celi il mito d'un amore,
oh ingenua che lasciasti aspra terra,
armata di bellezza e folle ardore.

La dolce amarezza d'esser speciale
ti sottrae all'umana indifferenza.
Ma non a Sparta, incompreso male,
che pare una casa e profuma d'assenza.

Hai amato, incessante fermento,
l'amante d'amore incapace d'amare,
troiano principe, che in ogni momento
invano provò a non lasciarti andare.

Oh quanto è spietato il divino Omero,
nel lasciarci soli, tu dei Greci la preda 
e io nell'Ade, a cercar chi son davvero!
Aedo, ch'il nostro sogno par non veda.  

Ma ricorda del nome che vesti la potenza
e l'amore dipinto negli occhi tuoi,
distruttrice di navi, che sei umana essenza
di Venere, oh Elena bella, tu che puoi!

(D.D.)


giovedì 11 ottobre 2012

Il bimbo che parlava coi fiori

#storytelling

Era l’ennesimo rigido inverno di una Milano in cui il bianco e il grigio sembravano aver estinto tutti gli altri colori. Con il quarto millennio alle porte e i segni sempre più marcati e malinconici della nuova glaciazione, gli abitanti di quel piccolo borgo, che era probabilmente stato gran città e prima ancora capitale di un fantastico impero, provavano nonostante tutto a vivere nel miraggio di un futuro migliore. La neve non aveva ancora gettato completamente nell’oblio i ricordi, sempre più lontani e avvolti nella nebbia, del passato in cui s’era potuto assaporare il tepore del sole. Tutti attendevano con ansia il manifestarsi di una profezia, gelosamente conservata nei libri degli scienziati di quell’età dell’oro che fu: il ritorno dell’estate, o quantomeno della primavera. La fine dei ghiacci, la rinascita di una società tutto sommato felice, in cui si poter ballare, viaggiare, vedere il mare. In molti avevano tuttavia perso la fiducia e per i più si trattava solo d’un antica leggenda. Il baratro della rassegnazione non era lontano. I granelli di sabbia, le cascate, il verde, i fiori: quello che rimaneva di tutto ciò era impresso negli astratti dipinti conservati nei musei. Questi bizzarri edifici, che agli occhi dei contemporanei parevano contenere i più acuti prodotti della follia dell’uomo, ovverosia delle proiezioni immaginarie di un mondo interiore che solo gli artisti, fuori da ogni tempo, riuscivano ancora a immaginare, erano paradossalmente sopravvissuti al declino delle grande civiltà. La forza della natura sembrava averli risparmiati, per qualche strano scherzo del destino. Non v’era quasi anima che li considerasse utili alla vita, ma nessuno aveva il coraggio di distruggerli. Non era ritenuto propizio sfidare apertamente il mistero del fato. In quello che era stato il pieno centro dell’antica e leggendaria Mediolanum, resisteva alle ormai eterne intemperie uno di questi musei, detto “l’Ambrosiana”. Il suo nome non era stato dimenticato, si sapeva che era in qualche modo legato al glorioso passato del borgo. Era tuttavia un luogo famoso soprattutto per un altro motivo. Aveva infatti smesso di soffrire la solitudine, poiché ogni giorno, da ormai quasi un anno, riceveva una visita sempre meno inaspettata. Verso le due del pomeriggio, l’ora in cui era più raccomandabile uscire di casa, un bambino biondo, sui sette-otto anni, non di più, entrava in quelle gelide sale e si sedeva di fronte a un antico quadro. Le didascalie, piuttosto consumate dal logorante avvicendarsi dei secoli, consentivano ancora di sapere che si trattava di un olio su rame, dipinto da un certo Brueghel, quasi millequattrocento anni prima. Vi erano raffigurati dei fiori, i cui colori erano senz’altro quelli più vivi di tutta Milano. Nessun’altra opera aveva mantenuto quei gialli, quei rossi, quei blu. E fuori non v’erano che il bianco della neve, il grigio del cemento e il nero della notte. Il bambino, forse orfano, sicuramente squilibrato, soleva parlare coi fiori. Diceva di conoscere i loro nomi, che glieli aveva svelati il nonno, a cui a sua volta erano stati rivelati da un avo. Omaggiava la Rosa, chiedeva al Tulipano, ammoniva il Giglio. I suoi occhi luccicavano infine di sogni, quando scambiava parole d’affetto con i piccoli Fiorellini Azzurri che circondavano la Farfalla, così vicini al suo leggiadro volo, tanto breve quanto spettacolare. “Non siete che un dettaglio, voi, i miei amici più piccini” diceva loro, accarezzandoli con il pensiero. Qualcuno gli aveva detto che si chiamavano “Nontiscordardime”, ma sapeva che doveva trattarsi di un soprannome, magari legato a qualche storia d’amore, o a un addio tra una triste madre e un giovane figlio. “Siamo tanto simili, infondo! Sono sicuro che anche a voi piacerebbe saper volare, come quella Farfalla. Solo volando potremmo fuggire dall’angolo buio in cui viviamo e raggiungere quella parte della tela in cui la luce dona il tepore del primo piano e l’odore della felicità…”. Spostava spesso lo sguardo sognante verso i vivaci colori di cui potevano godere per esempio la Cavalletta e la Libellula. Anche il bianco, in quel dipinto, gli pareva essere un colore. Per quel bimbo i fiori erano veri. Niente poteva dissuaderlo dalla convinzione che, da qualche parte, essi vivessero anche al di fuori di un quadro. Il rimpianto trasmessogli dal nonno si mutava energicamente in speranza, curiosità, desiderio. E in questo modo un semplice e ingenuo bambino, attraverso l’arte e grazie al museo, manteneva viva un’intera città. Se il passato è sempre un maestro di vita, spesso questo ruolo può recitarlo anche il futuro. Sembra un paradosso, certo, ma è sufficiente lasciarsi guidare da un po’ di immaginazione!

(M.T.)

mercoledì 10 ottobre 2012

Autunno


Piano le foglie volteggiano al suolo
a tinger di giallo l'erba ancor verde
e di rosso e di vita quest'ultimo volo,
amaro sorriso che in morte si perde.

Rimangon stupiti i giovan fuscelli
a guardarle danzar e poi farsi terra,
spegnendosi in polvere e granelli,
ormai rigidi corpi, relitti di guerra.

È l'amor dei nonni, oh cari bambini,
un ballo che mai sarà dimenticato,
un eterno passato di lontani vicini.

È poi il vostro primo sguardo al fato,
col rimpianto per quell'ultimo bacio
mai dato, che più non è ciò ch'è stato.

Oh qual barbara neve sull'oro dacio!

(D.D.)



sabato 6 ottobre 2012

Ricapitoling...



6 ottobre 2012

Fumata bianca per Lady Gaga a Milano, sarà lei ad arbitrare il derby, ma solo dopo aver recitato un numero di Ave Maria pari a quello del totale dei balbettamenti sillabici presenti in tutta la sua discografia. Formigoni protesta: "Un concerto così non è da paese civile, gravissime le responsabilità dei sindacati e sfigati i miei amici che non mi hanno invitato!". Cresce la tensione sociale, specialmente nei pressi di San Siro. Ambrosini: "Meglio l'Inter del PDL". Già, perché a Lecco a tagliare le gomme a un disabile parcheggiato su un posto per disabili stavolta non è né Balotelli, né il principe Harry, ma un consigliere del partito cattolico-liberista. Arrogante idiota o "utilizzatore finale" di un diritto derivato da un "handicap politico", questo lo deciderà l'autorità competente in materia di giudizio, il Santo Padre. Amen. Nel frattempo Romney vince il primo duello televisivo: deve aver pesato il Nobel per l'invenzione del finestrino apribile sugli aerei di linea, peraltro a prova anti-terrorismo. E Matteo Renzi domina a sorpresa le primarie del PD. Fantacalcio? No, ennesima necessità di lavare i panni in Arno. La notizia più incredibile, se non contiamo le dichiarazioni circa la ferina virilità di Boateng fatte dalla Satta a Studio Aperto, è l'attribuzione di una missione ONU a Romano Prodi, nuovo responsabile per la sicurezza nel Sahel. Partirà per il Mali, per contrastare Al Qaeda: "Riuscì a battere Berlusconi" afferma Ban Ki-Moon (che per il parlamento italiano è il nipote marocchino di Sailor Moon ndr). Poi: ridotta la squalifica di Antonio Conte, che tornerà in panchina l'8 dicembre. Decisive sulla sentenza le pressioni dell'Immacolata. A parte gli scherzi, la Bongiorno ottiene un altro successone, dopo le varie prescrizioni di Andreotti e La ruota della Fortuna. Infine: la legge anti-corruzione fatica ancora... il suo iter parlamentare sembra il nostos di Odisseo, costretto ad affrontare Polifemo, Lestrigoni, la Maga Circe e le Sirene, insomma... il PDL. Quanto è dura la fuga da una città che brucia, sotto i nostri stessi colpi, attraverso un mare tempestoso e che sembra infinito, verso un'isola di pace e amore, oppure una sete di conoscenza e libertà! Chiudo volgarizzando De André, perché se "dal letame nascono i fiori", beh, quel Fiorito è proprio generato da una montagna di merda. Tiriamo l'acqua del cesso, oh Italiani! Possiamo farlo anche nel noiosissimo quarto d'ora d'intervallo che tedierà le nostre anime dopo i primi quarantacinque minuti di derby...

(M.T.)

Nel sogno t'incontrai


Nel sogno t'incontrai,
ch'il mio sonno ingenuo
il desìo tessea 'sì strenuo.
Ma qual realtà sarà mai?

Cento lettere t'ho scritto
e parlavo alla tua essenza
con dolci gesti, pur senza
mirar te ne li occhi dritto.

Tre secondi e due parole,
un nome e mezz'emozione,
poi mille speranze l'istinto vuole.

L'imprevedibil è sovrano
d'ogni vita, pensiero, Nazione,
nel gran mistero in cui amiamo.

Al nulla del tutto accenno il sorriso
or ch'in sogno ho scorto il Paradiso.

(D.D.)



martedì 2 ottobre 2012

Stelle alpine


Il Piccolo Principe vagava ancora
oltre i miti bagliori
del tramonto e dell'aurora,
nei pianeti e dentro i cuori.

E notò l'amico dei pallidi fiori
'sì forti di timidezza 
da non temer l'altezza,
il gelo e il fuggir dei colori.

Immacolate stelle alpine,
dal dolce sguardo ch'accarezza
delle notti le luci divine.

Parla loro la voce sognante
di quel ragazzo che là sulle cime
nel riso e nel pianto si muta in amante.

L'immagina allora il cresciuto bambino,
di fiori e di cuori un unico destino.

Due umani che nati lontani
alle rose e alle stelle fan stringer le mani.

(D.D.)