mercoledì 5 settembre 2012

Settembre avanza



4 settembre 2012

Settembre avanza. Siamo alla seconda giornata di campionato ed è subito una grande Inter. La squadra di Hodgson regala emozioni che sanno di anni '90, quei mitici tempi in cui se uno era tifoso nerazzurro diceva di essere del Parma, del Perugia, o del Chievo. Dicesi federalismo sportivo. Certo, magari la Juve ruba, ma "chi non ha rubato si alzi in piedi" disse Craxi dinnanzi a un parlamento che scelse ancora una volta di rimanere all'unanimità incollato alla sedia. L'Italia, la Repubblica fondata sul pallone, concepita dal miracoloso amplesso di Bettino con Reo Silvio, benedetto da Santa Madre Chiesa e dai suoi profeti, come Tanzi, Cragnotti, Gaucci, per non parlare di Padre Pio, il bisnonno del più celebre Pulcino, Maurizio Costanzo e suo marito Mario, da non confondersi con l'ultimo premier, più simile, sotto le coperte, al giovane centravanti che l'ha poco prudentemente ficcato nella fica della Fico. L'allitterazione consente sempre anche la volgarità. Ma torniamo alla Repubblica, qualcuno dice sia la terza, altri la quarta, ho perso il conto, ma è sempre Lei, sdolcinata amante di uomini eterni come Baffo D'Alema, sopravvissuto al rivale Moretti, deceduto per aver provato a "salvare l'antico vaso" dopo una sbronza a base di birra, convinto di poter chiudere con un bel Montenegro. E poi c'è Cicchitto, meno noto ai più, ma ottimo amante delle giovani e belle entità statali, dai seni prosperosi e dalla cospicua dote. E non tralasciamo Dell'Utri, fondatore dell'inno della Nazionale: "Forza Italia" (il titolo del suo secondo singolo, dopo il successone estivo di "Cosa Nostra", ballato su tutte le spiagge della penisola), l'avrebbero gridato tutti i bambini incitando i grandi campioni azzurri, come Baggio, Del Piero, Totti... Balotelli no, per non turbare il complesso mosaico delle alleanze politiche. La politica, che due palle se non la si prende sul ridere! Ma è proprio lei, fatta a persona, l'amante più piacente della nostra cara Repubblica. Un amore saffico che dura da più d'un secolo, alla faccia di chi nega il matrimonio omosessuale. Certo, va detto che dagli anni '80 in poi il rapporto ha preso la brutta piega della "trombamicizia". È solo sesso. E questa è la ragione del debito pubblico, ehm, pubico. Sono fermamente convinto che Alfano e Bersani, noti sessuologi laureatisi rispettivamente con una tesi sull'intima connessione tra le necessità della realizzazione del ponte sullo stretto e della copertura sanitaria per la rimozione di una vertebra in modo da consentire pratiche per così dire "dannunziane", e una discussione circa l'influsso che ebbe il cunnilingus sulla Rivoluzione d'Ottobre, potranno ristabilire l'integrità sentimentale della suddetta coppia, magari puntando sui valori profondi dell'amore vero, come la vicepresidenza RAI, la soglia di sbarramento, la ripartizione dei rimborsi elettorali, il governo tecnico... il tutto sintetizzabile in un'unica parola: masturbazione. Ma se l'Italia non avesse più bisogno di chi è da anni non si fa che le seghe, disperdendo il seme dei soldi pubblici?! Il tutto nel mentre la Lega Nord si batte con tutte le sue forze per spostare a Varese il punto G, sulla base delle accurate descrizioni fornite dall'ultimo capolavoro di Rosy Mauro, "Cinquanta sfumature di verde". A questo punto mi sorge un dubbio anarchico, anche se adoro l'anarchia quanto il cilicio della Binetti e gli addominali di Giuliano Ferrara. Ma poi per fortuna vedo Grillo. E penso a Collodi, dopo essermi rivolto a Gesù con uno sguardo alla ricerca della più umana sua carità. Penso al Grillo Parlante, che dava i consigli a Pinocchio, per non farlo precipitare nell'errore della via più facile, quella del gatto e la volpe, senza mandarli peraltro esplicitamente affanculo. Ma Pinocchio cadde eccome nella tentazione, come Oscar Wilde prima di lui, Cicciolina poi, e gli Italiani ora. Al popolo si allunga il naso, superando nella maggior parte dei casi le dimensioni dell'organo non ligneo tipicamente erettile nel mammifero maschio adulto. E grazie alla pillola blu della Fata Turchina ora anche durante la terza età. Il Grillo parlante, torniamo a lui, dimentichiamoci la Fata, che ora è europarlamentare del PDL dopo una serie infinita di Bunga Bunga. Quel Grillo insegnava a Pinocchio regole e valori. Quello odierno, invece, si è spinto oltre, ha detto a un Pinocchio affamato di diventare un bambino vero di uccidere il gatto e la volpe, bruciare il Paese dei Balocchi e non credere più a nulla, né alla Fata, né a Geppetto, né a Collodi stesso. Credere solo a Lui, farsi portatore del suo Verbo, unica via per non essere uguale agli altri e raggiungere la salvezza. Un misto tra anarchia, relativismo e religione monoteistica. C'è da riflettere e si consiglia di farlo a stomaco vuoto. Repubblica cara, chi mai ti salverà? È saggio affidarsi a un uomo solo, un uomo forte, un Top Player? No, si corre il rischio di prendere catastrofiche cantonate, ricordate Diego, Van Der Vaart, Mussolini, Giulio Cesare, etc... Dobbiamo reinventarci qualcosa tutti insieme, ma senza cadere nelle false fiabe come il Comunismo e i Teletubbies. Ognuno deve dare quello che può dare, deve rendersi conto di quale parte di sé può essere utile alla comunità e mantenere nel privato tutte le altre parti. Le modelle torneranno sui calendari e negli spot, i calciatori sui campi a emozionarci a suon di dribbling, i cantanti a cantare (forse concedendo un'eccezione a Gigi D'Alessio, lui è meglio che si occupi di viticoltura) e gli attori a recitare, la Minetti a fare la madrelingua inglese per gli invitati stranieri alle feste di Arcore, i vampiri essere spietati sanguinari anziché frigidi romanticoni e gli intellettuali a dirigere il Paese, soprattutto nel senso che un insegnate non sarà più il più insulso essere della catena alimentare (accezione che preferisco a quella di "piramide sociale", non si offendano Ramses and co). Come ripartire? Eh, sarebbe troppo lungo approfondire. E noioso, quasi come le indiscrezioni sul presunto coinvolgimento di Napolitano nella trattativa Stato-Mafia. Tuttavia, iniziamo dalla cultura, proviamo da lì, non è difficile! Dobbiamo moltiplicare le "menti aperte", come faceva Gesù con i pesci (suggerisce suo nipote Formigoni), Silvio con le veline e lo stesso Formigoni con le spese pubbliche per le proprie vacanze. Nel caso della moltiplicazione dell'apertura mentale gli unici validi operatori sono la cultura e l'esperienza. Apprendiamo, dai libri, dai film, dalla musica (sempre che Radio Maria non intralci le nostre frequenze radio facendoci continuamente rendere omaggio a Germano Mosconi), dallo sport, dalla vita. E viviamo! Mi nutro di speranze, ma non preoccupatevi, non fanno ingrassare e si possono abbinare sia alle proteine, sia ai carboidrati. Cazzo quanto mi sono dilungato, inizio quasi a sembrare del PD. Chiuderei tornando al calcio, per esaltare le parole di Florenzi, giovane centrocampista della Roma, figlio del gigante norvegese Tore Andre Flo e del sindaco di Firenze Matteo Renzi e concepito durante un noiosissimo Siena-Fiorentina (0-0, arbitro Carobbio). Il ragazzo ha stupito tutti per il talento dimostrato sul campo e per le parole pronunciate dopo la sfida con l'Inter "E' stata una partita molto dispendiosa, ma siamo pagati per correre, c'è tanta gente che fa più di noi e guadagna molto meno di noi". Umiltà, nella speranza che sia sincero, mentre Cristiano Ronaldo piange nello spogliatoio e dice che è molto triste, non ce la fa proprio più, perché tutti i premi più fighi li vincono Messi e Iniesta. Azz, pensavo fosse per la Spagna sull'orlo del baratro. Sarà per il prossimo pianto. Nota anti-ipocrisia: probabilmente farei come lui, io che non ho mai sognato di essere Cristiano, ma di essere Ronaldo sì. Probabilmente ci vorrebbe un mezzo intellettuale scassacazzi che con ironia e creatività mi suggerisca che dalla mia posizione partirei privilegiato se mai volessi provare a cambiare il mondo...

(M.T.)

domenica 2 settembre 2012

Politiquement correct



Cantautore francese classe 1969, dal nome italiano Bruno Nicolini, mutato nello pseudonimo artistico Bénabar, si affaccia al panorama musicale internazionale con una musica leggera, melodica e rilassante, abbinata a testi ben articolati, che danno dimensione poetica al quotidiano, talvolta con ironia e un pizzico di cinismo. Offre una visione del mondo in linea con quella delle generazioni più giovani, dimostrandosi più che mai al passo coi tempi. Un buon esempio delle sua mentalità decisamente aperta è dato dal brano "Politiquement correct", che esprime la contrarietà, al limite del disprezzo, nei confronti di un ipotetico avversario, che sembra mettere in dubbio alcuni principi ormai quasi unanimemente accolti dal pensiero comune. Razzismo, pregiudizi, diversità, pena di morte, questione ambientale, rispetto della persona. Questi i grandi temi accennati da Bénabar, con la fierezza e la semplicità con cui un padre racconta ai propri figli ciò che ritene essere giusto.

Amo i miei genitori e i miei bambini,
è da benpensante.
Non amo la guerra, né (che ci sia) la miseria,
è irritante.
Trovi forse ciò politicamente corretto,
ma mi fai schifo.
Non sono razzista, sono per i diritti umani,
non porto la pelliccia.
Non rimpiango la ghigliottina, non sono misogino,
faccio la raccolta differenziata.
Sono, lo ripeto, politicamente corretto,
ma mi fai schifo.
Non ho nulla contro le moschee, non mi sento minacciato
dai minareti,
non credo che i gay non siano normali 
e (che siano) per forza fighetti.
Sono una checca politicamente corretta
e a me fai schifo.
Vittima del pensiero unico, io sono, lo confesso, laico
mentre ci penso.
Ci tengo a precisare che non credo che ci siano troppi ebrei nei media
o nella finanza.
Rischio di sembrarti politicamente corretto,
ma mi fai schifo.
Questo ti sembrerà demagogia, ma sconsiglio le droghe
anche ai minori.
Non contribuisco, tieniti forte, all'estinzione dei delfini,
non voglio che muoiano.
Trovi questo ingenuo e stupido, politicamente corretto.
E mi fai schifo.
Non parlo alla cameriera o alla donna delle pulizie
come a delle cagne.
Bisogna rispettare tutte le persone, lo insegno ai miei bambini
perché diventino
un giorno, come mi auguro, politicamente corretti.
E ci fai schifo.

(Commento e traduzione di M.T.)




sabato 1 settembre 2012

Tempeste di fine estate


1 settembre 2012

Tempeste di fine estate. Arriva Poppea e Berlusconi inciampa, folgorato dalle sue forme. Lussazione alla spalla, ma Milan Lab garantisce: "Tornerà a disposizione prima di Pato". Piove, governo "tecnico". Ma d'altronde non si può fare a meno di affidarsi ai "calati dall'alto". È Gotham City, c'è la crisi. Due Facce è uscito di scena da poco, con tanto di onori e riconoscimenti. Ma la realtà è un'altra. È quella del crollo verticale del ceto medio, inversamente proporzionale al sollevamento del dito, anch'esso medio. Sale anche il vomito, allorché si fissino le oscillazioni della borsa, o si osservi il via vai dei Cayenne delle mogli pseudomoraliste degli evasori fiscali, mentre la benzina tocca i 2 al litro e le riforme di Caio, Tizio e Sempronio non toccano i responsabili del disastro. Fanno inorridire persino le cene di beneficenza di casa Wayne, perché nessuno crede più che un milionario possa davvero aiutare gli altri, sia esso il Papa, oppure Batman. Intanto le risate di Joker risuonano dal passato, nel momento in cui ci fermiamo e proviamo a immaginare le cosiddette alternative. Il povero commissario Gordon, a due passi dalla pensione e milioni di miglia dalla realtà, condannato a vivere nell'ombra del grande Dent. E poi c'è la rete fognaria, canale comunicativo privilegiato da un comico dalla voce costantemente all'altoparlante, che si fa chiamare Bane. Propone la distruzione dell'intero sistema e la restituzione della città al suo popolo. A tratti non si capisce se sia il buono o il cattivo. Ma quando inizia a servirsi dell'esercito e a istituire i tribunali popolari che sentenziano la vita o la morte degli avversari, politici e non, allora è tutto più chiaro. E si ricomincia a credere, alcuni in Dio, altri in Batman, altri ancora nel governo tecnico, gli uni nella salvezza dopo la vita, gli altri durante, gli ultimi nella riforma Fornero. E tutto questo mentre lentamente muore, rifiutando ogni tipo di accanimento terapeutico, il Cardinal Martini, noto per essere stato l'anima d'una Chiesa aperta, sia concesso l'ossimoro, al cambiamento. Ovviamente i più lo confonderanno con un attore che ha lavorato con Clooney in uno spot pubblicitario. E ai più tra i meno andrà benissimo così. Sarebbe da cantare "Wake me up when september ends", se non fosse che la stagione successiva è ottobre, il mese in cui cadono le foglie e scoppiano le rivoluzioni degeneranti nei regimi. Troppi casini. L'unica cosa bella di ottobre è che si entra nel vivo della Champions League. Per il momento mi tengo stretto l'ombrellone e provo a pensare positivo. Nel mio Bel Paese non esistono le sparatorie al cinema e non a caso Batman sceglie l'Italia, già terra amata dai Volturi, per godersi la vita insieme alla bella Cat Woman (o a Robin, a seconda delle preferenze sessuali del momento ndr), dopo aver salvato il mondo. Contiamo ancora qualcosa, altrimenti avrebbe optato per Parigi o Berlino. E già che abbiamo due (o tre) supereroi sul nostro territorio, forse ci daranno una mano a risolvere alcune questioni irrisolte, tipo la riforma elettorale, il decreto anticorruzione, il passaggio dei preliminari di Coppa Campioni da parte dell'Udinese, la persistenza di Gigi D'Alessio nello scrivere canzoni e quello di Cecchi Paone nel fare outing mediatici, il dilagare silenzioso di Comunione e Liberazione e la continua apparizione di Ufo e Madonne (compresa la cantante ndr) etc... Se invece preferiranno godersi la pensione e guardare i giovani cadere nel baratro, nonché nelle grinfie di Bane, allora potranno iscriversi alla CGIL, inneggiare all'articolo 18 e dare la colpa a Berlusconi. E confondersi nel rumore composito, insieme a quelli che invece danno la colpa ad Allegri, o ai "negri" (licenza poetica per fare la rima ndr), oppure alla generica e tediosissima "crisi dei valori", per non parlare dei Comunisti antropofagi o degli iettatori Maya. Ma non lo faranno, sono pur sempre eroi dei fumetti, disegnati dagli uomini per essere diversi dagli uomini. E allora penso: "Se solo Sailor Moon fosse Ministro degli Esteri!". Chiudo con un nuovo speranzoso scoop da Curiosity: "Su Marte non c'è un Batcazzo!".

(M.T.)

giovedì 23 agosto 2012

X agosto


Anonimi detriti
dai tratti indefiniti
d'umili sassi e
polvere di galassie

alla fine del viaggio 
e non senza coraggio
si veston d'una luce
ch'a morte conduce,

nella notte più bella
per noi spettatori
ciascun si fa stella

e s'inebria di gloria,
come triste sui fiori
la farfalla finisce la sua storia,

ardendo d'ingenuità,
come i desii nostri di felicità.

(D.D.)


Pensieri, magia e Curiosity...


21 agosto 2012

Pensando a ruota libera. Ferragosto è passato, il caldo non ancora. Anche i telespettatori di Studio Aperto ora sanno chi è Caligola. Imperatore pazzo come un anticiclone estivo, nominò il suo cavallo Senatore della Repubblica. Dicesi liste bloccate. Nel frattempo Monti, dopo aver partecipato attivamente al Meeting di CL a Rimini, vola a Hogwarts per intervenire anche all'altrettanto prestigioso Torneo Tremaghi. Salvare Cedric Diggory è ancora possibile, prima che diventi un vampiro a tutti gli effetti. Necessario contrastare, magari con gli adeguati Draghi, la presa di posizione della scuola di Durmstrang, assolutamente contraria alla continua attribuzione di punti a Grifondoro. La casa da sempre privilegiata ha infatti un evidente disavanzo di bilancio, dovendo mantenere un organico amministrativo pari a dieci volte quello della regione Sicilia. Ma si sa, gli Italiani perdono le guerre come fossero partite di Quidditch e le partite di Quidditch come fossero guerre, diceva sempre Albus Silente. E negli anni '80 se votavi socialista, tua cugina veniva assunta in Alitalia, se invece eri democristiano, allora tua moglie beneficiava della baby pensione. E certe cose le dicevano i Serpeverde ai tempi di Lucius Malfoy, prima che suo figlio Draco diventasse consigliere regionale in Lombardia. Tutto il mondo è paese. Hagrid è l'alterego buono di Giuliano Ferrara. Ma il vestito da ballo di Ron Weasley è nulla confronto al doppiopetto arancione di Formigoni. I confini tra la realtà Dolce&Babbana e la magia sono sempre più labili. Pare che il PSG sia sul punto di acquistare niente meno che Harry Potter, il miglior cercatore di tutti i tempi. E che dire del presunto amore estivo tra Fabrizio Corona e Rita Skeeter?! Tutto ciò in attesa che Batman ritorni per risolvere la questione in Siria, contro i crimini efferati di un pronipote del più celebre Jafar. E soprattutto che Antonio Conte sia ingiustamente condannato per l'omessa denuncia della venuta del Messia, che avrebbe causato numerose disavventure al popolo ebraico nel corso dei secoli, con l'aggravante del furto di parrucca ai danni di Carlo il Calvo. Nel frattempo si terranno i funerali di Europa, con rito germanico. E la preoccupazione più grande riguarda i possibili effetti indiretti sul corretto svolgimento della Champions League. La Bundesbank è stata chiara: niente aiuti a Ibra per vincerla! Uno spiraglio di speranza, per tutti, ma proprio tutti, viene da Curiosity: su Marte non c'è un cazzo!

(M.T.)

martedì 21 agosto 2012

Daniel Dyler e le Avventure nelle Terre di Mito. III- Benvenuti a Zerya




«Svegliati Jake, svegliati!» furono le prime parole che Jacob udì, non appena riprese conoscenza. Una volta aperti gli occhi scorse la sagoma dell'amico. Lo riconobbe nonostante la presenza di una fortissima luce bianca, che lo abbagliava a tal punto da indurlo a socchiudere nuovamente le palpebre. «Daniel, stai bene? Dove siamo? Cos'è questa luce?» disse quindi all'amico, balzando letteralmente tra le sue braccia. «Sicuramente siamo lontani da casa. Anzi, ho l'impressione che siamo molto, molto lontani. Ma non sono riuscito a vedere nulla, sono svenuto... Non so dove ci troviamo». Il giovane Dyler non sembrava affatto spaventato, almeno finché non gli venne in mente che entro pochi minuti sarebbe cominciata, nel liceo di Ullapool, la lezione di matematica: «Dannazione, la Forsaidh, la Forsaidh, quella mi boccia sul serio sta volta! O peggio, va da mio padre e gli dice che ho marinato la scuola stamattina... E addio festa di compleanno!». «Il dado è tratto Daniel, me lo dici sempre anche tu quando sono io a combinare qualche disastro! Tu sei salito su quel dannato cavallo! E adesso dobbiamo pensare come tornare indietro, ma dubito che riusciremo ad arrivare a lezione in orario. E dubito anche che arriveremo entro il pomeriggio... Potremmo anche non essere più nel West Highland!» ribadì Jacob. A quel punto Daniel mutò nuovamente il proprio atteggiamento, quasi lasciandosi alle spalle le sopraggiunte preoccupazioni, sopraffatto dalla curiosità ed eccitato dall'avventura. «Già!» esclamò, cercando di guardarsi attorno, con una mano sopra gli occhi, per ripararsi dall'intensità della luce. «Daniel, mi stai ascoltando?! Dobbiamo trovare quei cavalli! Dove sono quei cavalli? Forse loro possono riportarci a Ullapool...» esclamò Jake. 

 A un tratto la luce bianca che confondeva, quasi fosse fitta nebbia, la vista dei due ragazzi, iniziò a perdere intensità, fino a scomparire. In questo breve lasso di tempo Daniel e Jake si accorsero che si trovavano in mezzo a una sorta di anfiteatro, grande quasi quanto un moderno stadio. Il pavimento su cui si erano risvegliati i due amici era ricoperto di un marmo molto chiaro, mentre gli spalti erano costituiti da gradinate lapidee uniformi, non rivestite, che suscitavano un'impressione di imponenza e maestosità. Nel mezzo di esse correva un'unica fila circolare di grandi sedie argentee, che luccicavano all'orizzonte, abbastanza distanti l'una dall'altra e disposte con assoluta regolarità. Al centro dell'arena vi era una grande terrazza rialzata, a base pentagonale, coperta da una cupola d'oro. Quest'ultima era sostenuta da cinque sottili colonne, assai slanciate e di color vermiglio, poste negli angoli. Gli spigoli della struttura muraria sottostante erano anch'essi tinti del medesimo rosso, tanto che dalle tribune sembravano dei veri e propri pilastri, posti alla base delle colonne e formanti con esse un doppio ordine. Nel mezzo della terrazza rialzata vi erano cinque maestosi troni, costruiti con lo stesso oro della cupola e decorati con pietre preziose di diverse tonalità, ciascuno rivolto a uno dei lati del pentagono. Daniel e Jake riuscivano a vederli abbastanza bene dalla loro postazione e ne rimasero subito meravigliati. «Mai vista una costruzione del genere nel West Highland!» esclamò attonito il giovane Reid, armandosi della consapevolezza di essere lontano da casa. «Non credo ai miei occhi, ma potremmo essere in Italia. Questo non può essere che un anfiteatro romano» rispose Daniel. «Tirato a nuovo però!» lo interruppe l'amico. «Già...».

 «Daniel, guarda laggiù! Le sedie luccicano come stelle... E non sono vuote... Non siamo soli!» aggiunse Jacob, notando che i posti a sedere sugli spalti erano praticamente tutti occupati. «Che vista da falco, non ti smentisci proprio mai» disse allora Daniel. E poi «Andiamo a vedere Jake, dai, corriamo!». Man mano che si avvicinavano alle gradinate si resero conto che ognuna di quelle sedie era occupata da un ragazzo o da una ragazza, che dovevano avere all'incirca la loro età. «Davvero incredibile, saranno un migliaio!» esclamò Daniel, facendo rapidamente ruotare il proprio sguardo a trecentosessanta gradi. «Ehm... ci sono due posti liberi da quella parte...» aggiunse l'amico. «Sai che non credo alle coincidenze Jake. Quelle sedie sono per noi due. Corriamo!». «D'accordo, ti seguo». «Da quando tutto questo coraggio?». «Ho alternative?!». I due continuarono a parlottare, anche dopo aver decisamente accelerato il passo. E in un battibaleno furono alle scalinate. Le risalirono, non senza faticare, sebbene fossero due sportivi, arrivando a destinazione col fiatone. Si accorsero che tutti i ragazzi già seduti erano praticamente immobili, con lo sguardo rivolto alla cupola dorata, quasi ne fossero ipnotizzati. Nessuno sembrò avvedersi del loro arrivo. Era tutto davvero molto strano. «Non è che sono tutti degli Zombie vero?» chiese Jake, visibilmente preoccupato. «Non esistono gli Zombie!» rispose Daniel. «Già, ma nemmeno i cavalli alati dovrebbero esistere...» continuò allora l'amico. Non appena ebbe finito di pronunciare queste parole, Jake alzò gli occhi, quasi potesse ottenere qualche risposta dal cielo, il cui azzurro, vivo e lucente, si specchiò così nelle sue iridi color ghiaccio. Proprio in quel momento il silenzio fu rotto dal sopraggiungere di un rumore molto forte, proveniente dal centro dell'anfiteatro. Solo Daniel e Jake si voltarono per guardare che cosa stesse accadendo, mentre tutti gli altri sembravano essere totalmente indifferenti anche a un tal frastuono. Tramite lo scorrimento di alcune enormi lastre marmoree, si spalancarono cinque ampie aperture nel pavimento dell'arena, ciascuna delle quali in contiguità con uno dei muri della struttura pentagonale. Il processo, da cui evidentemente scaturiva il rumore, si concluse dopo pochi minuti, ma il ritorno della quiete non durò altrettanto a lungo. Fu infatti nuovamente rotto, allorché da queste porte uscirono, uno dopo l'altro, tantissimi cavalli bianchi, che si disposero tutt'attorno, occupando una buona parte dell'arena. «Così entravano le belve feroci nel Colosseo!» esclamò Daniel, a cui venero in mente le numerose descrizioni che aveva letto riguardo ai combattimenti tra uomini e leoni, tanto brutali quanto amati dagli antichi Romani. «Questi sono cavalli normalissimi però, non hanno le ali!» esclamò invece Jacob, richiamando l'attenzione di Daniel su tal particolare, che gli pareva importante. «Forse quelle ali d'argento le abbiamo davvero soltanto sognate...» continuò, notando che le sue parole avevano particolarmente colpito l'amico, risvegliandolo dai sogni a occhi aperti riguardanti l'Impero Romano. «Hai ragione Jake, è strano che non abbiano le ali» disse Daniel, mettendosi una mano sulla fronte. «Beh, è strano che quelli di prima le avessero, non che questi non le abbiano!» ribatté Jacob, evidenziando il paradosso delle parole appena pronunciate dal giovane Dyler. «Forse hai ragione, ma non so quanto valga un ragionamento razionale come il tuo in un contesto irrazionale come questo» concluse Daniel. 

 Avvicinandosi ulteriormente alle due sedie vuote crebbe in Daniel e Jacob il desiderio di raggiungerle e occuparle, come avevano fatto tutti gli altri ragazzi. «Chissà cosa si prova a diventare uno Zombie!» esclamò il primo, ironizzando su quanto si era detto precedentemente. «Irrazionalità, l'hai detto tu... Quindi possono esistere anche gli Zombie!» ribadì Jake, rigirando abilmente la frittata, in modo da far notare a Daniel che, poco prima, si era contraddetto. «In ogni caso dobbiamo fare qualcosa. E l'unica cosa che possiamo fare è sederci» continuò. A questo punto non fu certo Daniel a opporsi ed entrambi si affrettarono a occupare i due posti vacanti. Una volta che furono seduti provarono una del tutto innaturale sensazione di sollievo, quasi fossero sotto l'effetto di un sedativo, e non riuscirono più a staccare il loro sguardo dalla cupola dorata, proprio come doveva essere accaduto a tutti gli altri.

 A un tratto al di sotto della cupola qualcosa si mosse. Uno dopo l'altro fecero capolino sulla terrazza, attraverso una piccola scala a chiocciola posta esattamente al centro di essa, dietro agli schienali dei grandi troni, cinque uomini, non più giovanissimi, indossanti delle lunghe toghe, ciascuno di un colore diverso. Questi occuparono i cinque seggi, senza tuttavia destare troppo nell'occhio dei ragazzi sugli spalti, ancora imbambolati dalla lucentezza della cupola. Dopo qualche minuto, tuttavia, uno di loro, che doveva essere il più anziano, all'incirca sulla settantina, e aveva il volto molto scavato, la pelle olivastra e i capelli ancora perfettamente corvini, che fuoriuscivano da un turbante, rosso porpora, così come la veste indossata, iniziò a parlare: «Buon giorno a voi, giovani di Gea, benvenuti a Zerya!». La sua voce si sentiva forte e chiara in tutto l'anfiteatro e le sue parole innescarono due fenomeni decisamente bizzarri. Innanzitutto la cupola smise di luccicare, diventando opaca, quasi bronzea, e così anche di attirare l'attenzione degli spettatori. Da quel momento tutti gli sguardi si poterono concentrare sui nuovi arrivati, occupanti i cinque troni. Contemporaneamente proprio queste grandi sedie auree, dai lunghi schienali, cominciarono a muoversi, molto lentamente, descrivendo una sorta di orbita attorno alla tromba delle scale. Erano infatti poste su di un piano rotante, in modo che da ciascun trono, compiendo un giro, si potesse aver vista su tutte le tribune dell'anfiteatro. Tra lo stupore di tutti quanti, Daniel e Jake compresi, quello strano individuo, dal tono di voce molto grave, che ne risaltava la solennità, continuò il suo discorso: «Zerya è la prima delle città delle Terre di Mito, il Mondo In cui Tutto Originò, molto lontano dal vostro pianeta, dai vostri paesi, dalle vostre case, ma allo stesso tempo molto vicino a tutti voi, cari ragazzi di Gea, perché un'unica sorte ci unisce, sin dal principio di tutte le cose...». 

(M.T.)

martedì 7 agosto 2012

Flussi di pensiero I


23 luglio.

Flussi e riflussi di pensiero. Un lunedì nero attraversa la strada. Che sfiga. Sale lo spread, crolla la borsa. Ma l'UDC non cessa ancora d'esistere. Che casini. Intanto Balotelli spende e spande a Ibiza, accrescendo il PIL della Spagna. Alonso vince in Germania, Montezemolo esulta ma non si candida. Un lampo di fortuna. Monti si abbandona alla vodka nel lettone di Putin. Non c'è più niente da fare. Tre mesi di stop per Caceres e i mercati non si fidano di Lucio. Conte chiede rinforzi, ma il PSG nega gli Eurobond. Hollande sorride, sembra scemo, ma sembra anche non esserlo. Altro lampo di buona sorte. La Merkel ha mangiato troppa torta, lo sanno tutti. Siamo all'indigestione. Servirebbe coraggio. E invece si ammazza chi va a vedere Batman sognando il suo ritorno. Se questo è un uomo. Se questo fosse almeno un pipistrello. Se solo la Bindi conoscesse le tinte di Joachim Loew. Se solo in tanti fossimo men belli, ma più intelligenti della Bindi. Se solo il PSG si comprasse anche il Papa. Se solo i nostri sogni fossero diversi da quelli di Ibra. Senza ma e senza se. Ma scriviamoci, amiamoci, sorridiamoci, è già quasi martedì. E i cani potranno viaggiare in business class. Tutti gli animali sono uguali, nessun animale è più uguale degli altri, considerando l'epidemia di maiali che sta travolgendo la classe dirigente. Saluti James. Neuroni in libertà. Parole. Maschera di follia. E io rido.

31 luglio.

Flussi di pensiero. Olimpiadi 2012, per i Maya sono le ultime. E la Grecia, che le ha inventate, c'è ma non c'è. Perché la Dracma è una merda e Alba Dorata anche. Era il 776 prima della presunta venuta di Cristo, era l'orgoglio delle città figlie di Zeus, nasceva lo sport, mentre nasceva anche l'Occidente. Si vinceva l'onore, ma anche il denaro non era disprezzato. L'uomo. Se solo Serse avesse capito che per vincere gli sarebbe bastato comprare una squadra scarsa e trasformarla in un dream team, insomma nella squadra del cuore di Ibra, anziché provare a corrompere i sacerdoti spartani, mandare a morte Leonida e fare impazzire le ragazzine e non solo per gli addominali di quei 300 martiri (per la giustizia sportiva 298, ma 300 sul campo ndr). Lo sport vince anche sulla corruzione, perlomeno in età preromana. Già, perché i Latini inventarono le leggi e con esse i modi per eluderle. Made in Italy. Già, perché con la partecipazione di Nerone ai Giochi del 67 d.C., in molti già scommettevano, più o meno lecitamente, su una sua vittoria. Furono deferiti Tigellino per illecito sportivo e Ponzio Pilato, post mortem, per omessa denuncia. Già si avvertivano anche fenomeni di razzismo. Ma anche questo è l'uomo. Ai Barbari era vietato partecipare. Nei pressi di Londra, purtroppo, stentava ad affermarsi il Neolitico, mentre la cancelliera tedesca allora era poco più di un capo tribù alla guida di una banda di predoni che solevano approfittare delle debolezze dell'Impero Romano, per operare razzie d'ogni tipo. Corsi e ricorsi. Legioni e legioni per frenarne l'avanzata, sarebbe servito un esercito di Draghi. E la penisola, il centro del mondo, vanamente protetta dai suoi Monti. Nerone propose il matrimonio gay, anticipando peraltro la prevedibile reazione dell'Osservatore Romano con una persecuzione preventiva. Ma un giovane democristiano vinse la corsa a ostacoli, si faceva chiamare il Divo Giulio, proprio come Cesare, e giurava che sarebbe sopravvissuto fino alla fine del mondo, appunto nel 2012, alla vigilia delle elezioni in cui avrebbe dovuto vincere il Partito Democratico, come narrato nell'Apocalisse. L'imperatore vinse tutte le altre gare. E festeggiò, forse esagerando con i fuochi artificiali. Non sapeva che presto sarebbe caduto vittima di una congiura dei pretoriani, a causa della mancanza d'un'intesa sulla legge elettorale. Non sapeva che un giorno le Olimpiadi sarebbero state vietate dai Cristiani, in quanto segno di ignobile idolatria. Teodosio. Flussi di potere. Potere temporale della Chiesa. Medioevo. Cassano. Rosy Bindi. Sceicchi del PSG. Londra 2012. Popoli che leniscono la propria fame ammirando gli atleti, belli, ricchi e vincenti. Non c'è più nemmeno il razzismo, Balotelli avrà un figlio dalla Fico. Alla faccia di Catone. Tutto questo non lo si sapeva, molto altro ancora non lo si sa. Ma anche ai Giochi 2012, per Giove, all'Italia andrà l'oro nell'uso della spada, indelebile traccia del potere universale che ebbero le nostre legioni. Con i vostri Giochi, oh Elleni, e con le nostre spade, così inizio l'Europa...

7 agosto. 

Il mese di Augusto, il caldo del Re Sole, la fine prematura di Europa. Like a Bolt from the blue. Eccoci a 100 metri dalla fine di un sogno. La marcia olimpica di un Italiano col cognome austro-ungarico, la maratona di un professore di economia e austerità, entrambi alla disperata ricerca dell'oro. Non importa se si sia trattato di EPO, FMI, BCE, LSD, USA, ETC... WTF! Dare le sigle, per non dare i numeri. Giovane Europa, ti rapì Zeus vestito da toro, sei uccisa dal bue castrato di Wall Street, dai Tory e dagli amanti della corrida. Vacche magre. Se poi ci aggiungiamo che VITELIU, terra dei vitelli, fu il primo nome dell'Italia, oltretutto geograficamente riferito alla Calabria, beh, a qualcuno andrà di traverso l'acqua del Po, a qualcun altro i diamanti stretti al palato dopo il bacio dell'anello del boss, o del divo, del calciatore, della moglie del facoltoso amministratore delegato, liquidato con una somma maggiore della perdita accumulata dal suo esercizio. La terra dei cachi. La terra dei crauti. Come poteva durare un matrimonio che la storia insegna non s'aveva da fare?! Ecco perché forse avevano ragione gli antichi. Torniamo sul Mediterraneo. Sole, cuore, amore. Le tette di Sabrina Salerno e la Primavera Araba. L'asse tra Roma e Costantinopoli, passando per Atene e senza dimenticarsi di Lloret de Mar. Un nuovo Impero sullo stesso mare. Red e Toby, Egitto e Israele. Si può fare. Yes we can. It was the myth before the Mitt. Goodbye Barack, è stato bello. Come fu bello con Jim Carter e poi suo figlio Nick. BSB. As long as you love me. BTP. As long as you fall down. Forse aveva ragione quel comico genovese con una certa passione per la politica: "Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti". Vedere una cravatta mi fa vomitare. Vedere l'energia che si spreca per non far sudare i pinguini in doppiopetto mi fa pure piangere. Vedere un pezzo di Groenlandia grande come la Gran Bretagna che si stacca e affonda mi fa pensare che in fondo il crollo dell'Euro non è che un ghiacciolo al limone. Nel mese di agosto. Sbrighiamoci, arriva San Lorenzo. Stelle cadenti, da una bandiera blu. O da una maglia bianconera. Desideri da esprimere. Un posto di lavoro. Matteo Renzi. Il top player. Il tutto al suono di una Lira... 

(M.T.)

giovedì 2 agosto 2012

Campo di grano

Poche righe
e forse mille disgrazie
io nel campo lucente di spighe
scrivo, per dirti grazie.

A te, che nella mia distesa di grano
provi a guardare lontano,
a te, che non hai paura
di quei neri corvi sulla tua avventura.

Vedo anch'io distorta
d'una camera vuota la realtà,
senza futuro, quasi morta,

ma schiavo dello specchio
il senno mio mai si priverà
per te d'un orecchio.

Mai dovrai pianger degli spari,
ma ti spegnerai nei miei colori avari

che sbiadiscono al sol leone,
nel breve tempo dell'impressione.

(D.D.)


martedì 31 luglio 2012

Daniel Dyler e le avventure nelle Terre di Mito. II- L'inizio di una straordinaria avventura




«La luce ti ha battuto sul tempo, ma per poco!» esclamò Daniel, udendo il toc toc dell'amico alla sua porta. Era ancora sdraiato nel letto, sotto le coperte, ma con gli occhi già aperti da qualche minuto. Attorno a lui regnava ancora il sacro e delicato silenzio del mattino, in cui ogni piccolo suono, sia esso un fruscio generato dal vento, il drin di un telefono o l'eco di una voce anche lontana, par essere un rumore violento, insopportabile per le orecchie di chi, ancora assonnato, cerca rifugio al di sotto del proprio cuscino. Poco prima aveva tuttavia sentito Jake che parlava con sua madre, al piano di sotto, e si aspettava che l'amico lo avrebbe raggiunto a momenti. «Hey Daniel, tanti auguri!» esclamò Jacob non appena fu entrato nella stanza ancora semibuia, con le finestre chiuse e le tapparelle quasi del tutto abbassate. Daniel ringraziò e, dopo essersi strofinato ben bene gli occhi e aver gettato a terra il cuscino, che al momento del risveglio si era trovato tra le braccia, scattò in piedi. Malgrado fosse il giorno del suo compleanno e si sentisse devvero molto emozionato, per lui alzarsi la mattina presto costituiva sempre e comunque un arduo problema. 

 La scuola iniziava alle nove e, come tutti i giorni sarebbe stato molto difficile arrivare in orario alla prima lezione. «Abbiamo la Forsaidh tra poco più di un quarto d'ora, dobbiamo sbrigarci...» disse Jake, mentre alzava la tapparella, facendo entrare la pallida luce del mattino. «Ma che bella notizia!» esclamò ironico Daniel, che indossava ancora il suo pigiama invernale azzurro con impresso il disegno di Paperino. «Dobbiamo anche pensare ancora alcune cosette per oggi pomeriggio... Stavo pensando di cantare qualcosa, magari utilizzando una base musicale fatta al computer, che dovresti riuscire a procurarmi tu... Sai che mi piace cantare! E piace anche a Jessica... A proposito... Ho saputo che oggi ti chiederà di ballare... Mi raccomando, non fuggire su un altro pianeta adesso che te l'ho detto eh! Calma e sangue freddo! Capito "Iceboy"!» stava proseguendo, con tono sempre più ironico, quando fu interrotto da Jake, che, guardando fuori dalla finestra, notò qualcosa di insolito. «Ehm, ci sono due cavalli nel tuo giardino, due cavalli bianchi...» disse e poi, cominciando a balbettare, «A-alati, ca-cavalli alati, ha-hanno le ali! Daniel, caspita, le ali!». «Hai bevuto birra di prima mattina Jake?» ribatté l'amico. E ancora «O stai facendo una prova di recitazione? Ti riesce bene devo dire, potresti avere un futuro nel cinema!». «Vieni a vedere se non ci credi!» rispose Jacob, in uno stato a metà fra l'incredulità e l'imbarazzo. Il giovane Dyler, a questo punto, si avvicinò alla finestra, che si affacciava sul retro della casa. Non si sarebbe mai aspettato di vedere ciò che effettivamente gli apparve. Nel bel mezzo del giardino innevato vi erano due possenti equini, più bianchi della stessa neve, il cui manto rifletteva persino la luce. Avevano un'ordinata criniera argentea e dalle loro spalle spuntavano delle grandi ali, piumate e del medesimo nobile colore, che giacevano riposte sui loro fianchi muscolosi. «Non credo ai miei occhi...» sussurrò Daniel, fissando quella scena alquanto surreale e mettendo una mano sulla spalla di Jake. Quest'ultimo: «Non dovrebbero esistere i cavalli alati, non è forse vero Daniel?!». L'amico rispose «Beh, i Greci li hanno spesso descritti nei loro miti, tantissimo tempo fa... Lo so che è assurdo anche solo pensarlo, ma forse quegli animali mitologici, ehm, esistono davvero... E in questo momento si trovano nel mio giardino, proprio qui, a Morefield Lane. Ma più probabilmente, amico mio, abbiamo le allucinazioni! A meno che io non stia ancora sognando!». Jacob a questo punto gli diede un pizzicotto, per fargli capire che erano entrambi svegli. Quindi gli rammentò che nessuno dei due aveva assunto alcolici e che non potevano certo esistere le allucinazioni collettive da brezza invernale. 

 «Voglio andare di sotto e toccarle con mano quelle ali d'argento, finché non le tocco, non ci credo!» esclamò Daniel, rivolgendosi poi all'amico con tono ironico, sapendo che era un po' un fifone, «Seguimi, è l'occasione per mostrarmi il tuo coraggio da leone!». Jake annuì e i due scesero in giardino, evitando di farsi notare dalla signora Dyler, che si sarebbe senz'altro chiesta perché suo figlio stesse uscendo in pigiama con quel freddo. Volevano essere sicuri di ciò che avevano visto, che non si fosse trattato solo di una visione. Una volta fuori però i cavalli alati c'erano davvero, lì, nuovamente di fronte ai loro occhi. Daniel procedeva davanti a Jake, andando incontro a quei maestosi animali, sempre più affascinato e con mille pensieri nella testa. «Pegaso, tu devi essere Pegaso!» disse, rivolgendosi a uno dei due. A questo punto il cavallo scosse il capo e, poco dopo, si chinò sulle proprie zampe, abbassandosi, quasi volesse invitare il ragazzo a montare sulla sua schiena. Daniel, che stava letteralmente sognando a occhi aperti, non esitò un solo secondo e con un agile balzo montò sulla groppa del destriero, facendo leva con la mano su di una delle sue ali argentate, le cui piume, al tatto, si rivelarono morbidissime. «Che cavolo stai facendo, sei matto?!» disse Jake, disapprovando il comportamento dell'amico. Non fece praticamente in tempo a ultimare la frase che il cavallo su cui era salito Daniel si alzò in piedi e si mosse, dapprima lentamente e poi iniziando a galoppare velocemente verso la staccionata che cintava il giardino di casa Dyler. Con un gran balzo la saltò e corse via, nei prati innevati, scomparendo in un baleno. Jake era ammutolito, non aveva avuto nemmeno il tempo di reagire, non aveva levato alcun grido, anche se in un solo attimo era stato investito da un grande terrore, quello di perdere Daniel. Si accorse che nel contempo anche il secondo cavallo si era inchinato, come aveva fatto l'altro pochi secondi prima. Vinse ogni tipo di paura e senza esitazione alcuna montò anch'egli sull'animale, ben conscio di quello che sarebbe successo. Aveva un unico pensiero impresso nella mente, raggiungere Daniel. «Non vi permetterò di portarmi via il mio unico amico, qualsiasi cosa voi siate, dannate bestiacce!» urlò, mentre l'enorme equino si rialzava. Anche questo iniziò a trottare, superò agilmente la recinzione e galoppò via, correndo sempre più velocemente. Jake non sapeva dove si stesse dirigendo e ignorava dove fosse andato a finire il cavallo che aveva rapito Daniel. Ma era sicuro che entrambi sarebbero andati nella stessa direzione e questo gli bastava. Non aveva paura. Non ne aveva perché in quei pochi secondi non riusciva a pensare a null'altro che all'amico. Inoltre doveva reggersi forte, affondando le mani nell'argenteo crine. Sentiva molto freddo, ance perchè il corpo dell'animale su cui era adagiato non emanava alcun tepore, quasi fosse privo di vita. A un certo punto, quando ormai non distingueva più nulla del paesaggio che gli scorreva attorno, a causa della sempre più elevata velocità del galoppo, il giovane ragazzo dagli occhi di ghiaccio perse i sensi, abbandonandosi a un destino ignoto e misterioso. 

 Per Daniel e Jake questo non fu che l'inizio di una straordinaria avventura.

(M.T.)

venerdì 27 luglio 2012

Daniel Dyler e le avventure nelle Terre di Mito. I- Il compleanno di Daniel




 Era una fredda mattinata del mese di dicembre a Ullapool, un paesino costiero con poco più d'un migliaio di abitanti del West Highland scozzese. Da queste parti l'inverno giungeva molto presto e il clima era molto rigido per gran parte dell'anno. Oltre al gelo, dominava il silenzio, mentre le nubi e la nebbia donavano al cielo un colore grigio chiaro che quasi si confondeva con il bianco della neve, dei tetti delle case e dei giardini. Un timido alternarsi di voci proveniva dal piccolo porto, un tempo destinato alla pesca delle aringhe, laddove rompeva la quiete anche il rumore delle onde del mare, sempre parecchio agitato in questo periodo dell'anno. Dovevano essere quasi le nove e, ben nascosto dietro il grigiore delle nubi, era da poco sorto il Sole, dopo ore e ore di tenebre notturne, ancora più fredde e silenziose.

 Si trattava di un giorno molto particolare per i ragazzini di Ullapool, il quinto del mese di dicembre. Ricorreva infatti il compleanno di uno di loro, che si chiamava Daniel Dyler e abitava nell'ultima casa della Morefield Lane, una via piuttosto isolata, nella parte più settentrionale del villaggio. Si trattava del figlio del bibliotecario, Aristoteles Dyler, uomo di straordinaria cultura e molto apprezzato da tutti in quanto estremamete gentile e sempre disponibile ad aiutare gli altri.  Aveva sicuramente letto più libri di tutti i suoi concittadini messi assieme, sebbene non avesse mai voluto portare a termine gli studi universitari, interrotti tanti anni prima. Gli bastava la sua biblioteca, sulla Mill Street, e non avrebbe mai e poi mai lasciato Ullapool. Era un uomo simpatico e molto socievole, tanto che, nonostante fosse ormai vicino alla cinquantina, tutte le sere soleva ritrovarsi al pub, per bere una birra e chiacchierare con gli amici di vecchia data. Tutti sapevano che il signor Dyler adorava organizzare delle feste, come quelle che in estate animavano il paese, nelle quali si potevano mangiare le più tipiche specialità del West Highliand, prevalentemente a base di pesce, nonché bere diversi tipi di birra artigianale scozzese. Proprio perché la maggior parte dei festeggiamenti si dovevano allo spirito d'iniziativa di Aristoteles, il più grande evento della stagione invernale, dopo il Natale e il Capodanno, era proprio il compleanno del suo unico figlio Daniel. Come ogni anno si sarebbe tenuto un grande party a casa Dyler, che sarebbe durato dal primo pomeriggio alla mezzanotte, al quale avrebbero partecipato tutti i giovani del paese. La mamma di Daniel, Victoria, meglio conosciuta come "Vicky", avrebbe come ogni anno fatto tesoro delle proprie origini italiane, cucinando un'ottima pizza per tutti gli invitati. La festa era davvero molto attesa, tanto che da diversi giorni nelle aule del college non si parlava d'altro. I ragazzi volevano renderla ancora più divertente rispetto a quella dell'anno precedente e ognuno esponeva le proprie idee a Daniel. Anche i professori chiudevano un occhio, nonostante il continuo bisbiglio ostacolasse e non poco il corretto svolgimento delle lezioni. Quasi tutti i docenti del college di Ullapool facevano peraltro parte della cerchia degli amici del signor Dyler e sicuramente qualcuno di loro sarebbe passato a Morefield Lane per una birra durante la serata.

 Correva l'anno duemila e Daniel avrebbe spento sedici candeline. Era ovviamente il più eccitato di tutti, poiché sarebbe stato il protagonista della festa e avrebbe ricevuto applausi, cori di auguri e regali. La sensazione che si prova il giorno in cui si compiono gli anni è indubbiamete unica e difficilmente descrivibile. È come se per ventiquattro ore si diventasse proprietari del tempo. Questo era ciò che provava Daniel, al suo risveglio, quella mattina del cinque di dicembre. Era un ragazzo molto sensibile, che non smetteva mai di emozionarsi di fronte a tutto ciò che accadeva intorno a lui. Pur essendo molto vivace, allegro e ottimista, sempre pronto a ridere e scherzare, si dimostrava al contempo molto suscettibile di fronte alla tristezza, a tal punto da percepire come propria anche quella altrui. La sua partecipazione emotiva si traduceva in una percepibile agitazione, nel battito del cuore e nel tremore della voce. Talvolta non riusciva nemmeno a trattenere le lacrime. Quella mattina era tuttavia la felicità a dominare l'animo di Daniel, che aveva appena aperto gli occhi e, ancora sdraiato sul letto, si guardandava attorno, proiettandosi anzitempo, con il pensiero, nei festeggiamenti del pomeriggio. Finalmente aveva sedici anni, ed entrava in quella fascia d'età che, come gli diceva sempre suo padre, "è la più bella di tutta la vita".

 Daniel Dyler aveva ancora il classico volto da bambino, dai lineamenti molto fini, ed era del tutto privo di barba, al contrario di certi suoi compagni di scuola, che già si radevano. Il suo viso era dominato dai due grandi occhi verdi, che risaltavano sulla pelle chiarissima, tipicamente scozzese, se non fosse per l'assenza delle lentiggini. Il naso, leggermente aquilino, era identico a quello della madre Vicky, mentre i suoi capelli erano biondo cenere e molto folti. Una serie di grandi ciuffi coprivano la sua fronte, sino a infrangersi contro le sopracciglia, che erano di un colore leggermente più scuro. Per far sì che la sua voluminosa chioma apparisse un po’ più ordinata ultimamente aveva preso l'abitudine di pettinarsi “con la riga in mezzo”, secondo una moda molto diffusa all'alba del nuovo millennio. Daniel iniziava infatti a sentire l'esigenza di curare maggiormente il proprio aspetto fisico, anche se questo si scontrava con la sua pigrizia. «Per ben apparire si deve anche soffrire!» esclamava sempre Vicky, ridacchiando, quando lo vedeva davanti allo specchio, intento a domare la natura ribelle dei suoi capelli, o a esorcizzare la comparsa dei brufoli cospargendosi di apposite creme a base di succo di limone sulle guance e sulla fronte. Aristoteles invece si rivolgeva a Daniel chiamandolo "Dandy", poiché notava una certa somiglianza del suo nuovo look con quello sfoggiato più di cent'anni prima dallo scrittore inglese Oscar Wilde. Anche il sigor Dyler aveva dei folti capelli biondi, proprio come il figlio, ma da ormai molti anni li teneva assai corti, limitandone la voluminosità. E da tempo incoraggiava Daniel a fare lo stesso, ma senza mai avere successo. Non si può certo dire che i due si somigliassero e non solo per il diverso look adottato. Aristoteles era molto più alto di Daniel, aveva gli occhi azzurri e un volto spigoloso, con gli zigomi particolarmente pronunciati. Tutti in paese sostenevano che il ragazzo fosse la fotocopia della madre, con i colori del padre. Vicky aveva infatti una carnagione mediterranea e i suoi erano capelli lisci e neri, quasi come quelli delle parrucche delle antiche principesse egizie: "Nefertari! La mia Nefertari" le diceva spesso, con tono affettuoso, quel colto bibliotecario che l'aveva presa in sposa.

 Daniel condivideva con suo padre la passione per la letteratura e per la storia, adorava leggere e sognava di poter diventare, da grande, uno scrittore. Sin da piccolo era inoltre affascinato da tutto ciò che concernesse le civiltà antiche, in particolar modo quelle dei Greci e dei Romani. Era già stato a Roma, l'estate precedente, in vacanza con i genitori. Gli erano rimaste impresse le maestosità del Colosseo e del Pantheon, nonché le bellissime statue degli imperatori, custodite nei musei della città. Avrebbe voluto andare presto anche ad Atene, l'altra grande "capitale" dell'antichità, e aveva addirittura già imparato l'alfabeto greco, nell'ottica di questo tanto desiderato viaggio. «Solo se a fine anno non avrai l'insufficienza in matematica!» gli ripeteva continuamente Aristoteles, anche se ormai era decisamente rassegnato al fatto che suo figlio odiasse tutto ciò che avesse a che fare con i numeri. Non era certo un mistero ad Ullapool che Daniel Dyler, nonostante fosse riconosciuto da tutti, insegnanti compresi, come uno dei ragazzi più brillanti del paese, rischiasse ogni anno la bocciatura perché si ostinava a non aprire mai i libri di matematica. La stessa professoressa  della materia in questione, Lilian Forsaidh, non sapeva più come fare con lui. Era testardo, dannatamente testardo e si sarebbe ben meritato di ripetere l'anno, anche solo come punizione per questa sua testardaggine. Ma alla fine ce l'aveva sempre fatta a evitare il peggio. «Ti sei salvato in corner anche sta volta, eh Daniel!» aveva esclamato Vicky quando, l'estate precedente, era entrato in casa saltando e gridando «Promosso, promosso, anche la Forsaidh mi ha promosso!». «Quella buona anima di Lilly!» aveva aggiunto il signor Dyler, alludendo alla pazienza che quella donna aveva sempre mostrato nei confronti di uno studente indisciplinato come suo figlio. Ben conscio delle sue potenzialità e date come erano andate le cose l'anno precedente, Daniel era insomma sicurissimo che la prossima estate avrebbe potuto visitare la tanto amata Grecia e salire sull'Acropoli. «E dopo la maturità... le piramidi!» diceva di tanto in tanto, non smettendo mai di fantasticare sui viaggi futuri. Talvolta si sentiva rispondere «Finirai come Odisseo, caro mio...». Era suo padre, che amava sempre mescolare la saggezza con l'ironia. E se Aristoteles utilizzava molto spesso citazioni letterarie, sua moglie Vicky aveva invece un'altra grande passione, tanto bizzarra per una donna della sua età, quanto evidente e irrefrenabile. Adorava infatti il gioco del calcio ed era una grandissima tifosa dei Glasgow Rangers. La battuta fatta a Daniel in occasione della sua promozione non era quindi affatto casuale! Anche il giovane Dyler apprezzava il pallone e spesso ci giocava con gli amici, in un campo vicinissimo a casa sua, in fondo a Morefield Lane. Non poteva che tifare per i Rangers, visto che era stato ampiamente condizionato sin da piccolo. Diverse volte aveva accompagnato Vicky allo stadio di Glasgow, la città più grande della Scozia, per vedere le partite più importanti, in particolare il derby con il Celtic, che era peraltro la squadra con più sostenitori ad Ullapool. Riguardo ai signori Dyler, nessuno sapeva spiegarsi come potessero stare così bene insieme, pur essendo totalmente diversi. «È proprio vero che gli opposti si attraggono» commentava Daniel, quando pensava ai suoi genitori. Trovava inoltre estremamente buffo che suo padre portasse il nome di un filosofo greco, decisamente inusuale, se non fuori luogo, a Ullapool, ma che gli calzava a pennello, mentre sua madre, che da giovane era stata campionessa di nuoto e che conservava un bel mucchio di medaglie d'oro e d'argento, si chiamasse proprio Victoria. Non credeva troppo nel destino, non era nemmeno religioso, ma riguardo a certe strane coincidenze aveva sempre voluto riflettere e cercare delle spiegazioni, più o meno razionali, cercando di non escludere nulla a priori.

 Di fronte ai Dyler abitava la famiglia Reid, composta da William, di qualche anno più giovane di Aristoteles e di origine irlandese, sua moglie Diana e dal loro figlio Jacob, che aveva la stessa età di Daniel e frequentava la sua stessa scuola. Più che dei vicini di casa erano degli amici. Il signor Reid faceva il macchinista sui treni che partivano da Inverness, uno dei principali centri della Scozia settentrionale, che distava un centinaio di chilometri da Ullapool. Era spesso lontano da casa per lavoro, ma nei weekend liberi e soprattutto d'estate, durante le ferie, si ritrovava sempre con Aristoteles, la sera al pub, oppure per una gita sulla piccola barca da pesca che aveva ereditatato da suo suocero. Diana era nata e cresciuta ad Ullapool e conosceva Vicky sin da quando le due erano delle bambine. Erano sempre andate molto d'accordo e continuavano ad essere delle buone amiche. Ma il legame più grande era senza dubbio quello tra Daniel e Jacob, che erano a tutti gli effetti come due fratelli. 

 L'unico figlio dei Reid era un ragazzo molto timido e riservato, uno di quelli di poche parole. Non aveva montagne di amici, anzi gliene bastava uno, Daniel. Con lui non aveva alcuna paura e non esitava mai, con lui non era affatto un problema attaccare bottone e discutere di qualsiasi cosa, anche delle questioni più personali. Tutti in paese lo chiamavano "Iceboy", sostenendo che i suoi occhi color ghiaccio rispecchiassero appieno la sua personalità. Per Daniel, invece, era semplicemente "Jake". C'era chi interpretava i modi di fare di Jacob non come il frutto della sua timidezza, ma piuttosto come atteggiamenti snob. «Si sente superiore, non parla con noi...» mugugnavano di tanto in tanto Mark e Rob, i compagni di classe che occupavano i banchi dell'ultima fila in fondo a sinistra, proprio alle spalle dei due amici di Moerefield Lane. Daniel, che con loro non aveva un cattivo rapporto, cercava sempre di mediare, cercando di sfatare certi preconcetti sul conto di Jake. Tuttavia sapeva bene qual era la vera ragione del fatto che entrambi non sopportassero il giovane Reid. Quest'ultimo era infatti un fenomeno del nuoto e gara dopo gara, in qualsiasi stile, né Mark, né Rob, che facevano parte della medesima squadra agonistica, erano mai riusciti a batterlo. I due erano molto invidiosi perché le medaglie più prestigiose erano tutte di Jake. Era stata Vicky Dyler a portare Jake per la prima volta in piscina, insieme a Daniel, quando i due erano ancora dei bambini, volendo trasmettere loro quella che era stata la sua prima grande passione sportiva. Daniel non aveva affatto sfondato, anzi, nuotava ancora parecchio male, ma per lui era sempre un piacere accompagnare l'amico ad allenarsi. Inoltre lo seguiva sempre nelle gare ed era il primo ad abbracciarlo dopo ogni vittoria, seguito a ruota da mamma Vicky: «Eh bravo il mio campione!» esclamava lei, dandogli un bacio sulla fronte. 

 A vedere Jake c'erano sempre anche un sacco di ragazzine, che, posizionate in prima fila sugli spalti, non gli staccavano gli occhi di dosso nemmeno un secondo. Era infatti considerato il ragazzo più bello della scuola. Alto circa un metro e ottanta, aveva il classico fisico del nuotatore, con tutti i muscoli ben definiti, che parevano scolpiti nel marmo. Il suo viso era molto fine, i lineamenti molto dolci e la pelle abbastanza chiara, ma non ai livelli di quella di Daniel. Aveva i capelli neri, abbastanza corti e sembre ben pettinati, senza nemmeno un ciuffo fuori posto. I suoi occhi grigi avevano un taglio molto particolare, leggermente a mandorla, che, insieme alle lunghe ciglia, ne faceva oltremodo risaltare la bellezza. Anche le sue fan più accanite sapevano tuttavia che era pressoché impossibile, persino per le più carine di tutta Ullapool, riuscire a farsi notare da Jake. Con le ragazze era infatti ancora più timido e impacciato, tanto che a volte faceva addirittura fatica a salutarle. Dentro di sé era molto felice di vederle, agli allenamenti e alle gare, appostate sulle tribune a fare il tifo per lui, ma sapeva anche che non sarebbe probabilmente mai riuscito a trasmetter loro questa sua felicità. A volte chiedeva a Daniel di ringraziarle da parte sua: «Dillo, ehm, soprattutto a Jessica... che mi ha fatto molto piacere...» precisava, riferendosi a una biondina, di un anno più vecchia di loro, che reputava particolarmente carina e simpatica. 

 Jacob non usciva molto di casa, se non per andare a scuola e in piscina ad allenarsi, anche perché era appassionato di informatica e amava stare ore e ore davanti al suo computer portatile, che i suoi genitori gli avevano regalato per il compleanno, il tredici di febbraio. Era ormai divenuto un esperto navigatore in Internet e aveva costituito un proprio sito, tramite il quale intendeva instaurare amicizie virtuali con ragazzi e ragazze di tutto il mondo. Molti gli scrivevano e passavano i pomeriggi chattando con lui, anche perché in questo modo esercitavano il proprio inglese. Con gli amici del web era molto diverso rispetto che nella realtà, più spigliato e sicuro di sé, aperto e con tanta voglia di parlare e scherzare. Attendeva peraltro con ansia di comprare una videocamera da connettere al computer, per poter instaurare collegamenti video con i suoi corrispondenti. Daniel, che era abbastanza ignorante in materia di informatica, tutte le volte che accedeva al sito di Jake esclamava «Tu sei un genio!». «I genii non esistono Daniel, esistono le passioni e gli appassionati... Ognuno è un genio quando si applica in ciò che lo appassiona. La passione è forse l'unica dote innata!» rispondeva Jake. E poi il discorso, tutte le volte, si dilungava all'inverosimile. 

 Quella mattina di dicembre, Jacob si era alzato molto prima del solito, fremendo d'emozione per il compleanno del suo migliore amico. Era forse l'unico a sentire l'evento tanto quanto Daniel. Si era preciptato a casa dei Dyler e aveva fatto colazione insieme a Vicky, mentre al piano di sopra il festeggiato ancora dormiva. Aristoteles, invece, si trovava già alla biblioteca. Erano da poco passate le otto e mezza e Jake, salite le scale, bussò alla porta della stanza dell'amico. In uno zainetto nascondeva il suo regalo di compleanno, un vecchio libro scritto in greco, proveniente da Atene, che aveva comprato qualche settimana prima a Londra, in un mercato di oggetti d’antiquariato. Non sapeva cosa contenesse di preciso, perché non conosceva quell'alfabeto. Il commerciante che glielo aveva venduto, lo aveva spacciato per un libro di poesia, specificando «Questo libro è magico, caro ragazzo. Lo devi regalare a una persona a cui vuoi molto bene. Leggere queste poesie conferisce dei misteriosi poteri... Così mi hanno detto i mercanti di Rodi, che lo comprarono a Creta da mercanti che l'avevano comprato ad Atene...». Pur interpretando queste parole come le classiche balle di un venditore intento a spacciare per oro l'ottone della propria merce, ne era rimasto in qualche modo colpito e aveva deciso che quel libro sarebbe stato il regalo di compleanno di Daniel. Sapeva che, al di là della presunta magia, una vecchia raccolta di poesie greche gli sarebbe piaciuta molto. «Magari un giorno poi le tradurrà o vi trarrà ispirazione per scrivere lui stesso delle poesie...» aveva pensato «...forse è proprio questo il misterioso potere, l'ispirazione...». 

(M.T.)