lunedì 11 marzo 2013

Melodia

Natura umana
e fior dell'ortiche,
Ama.

Amore,
divina fuga
da lepre a tartaruga,
vuole.

Volontà,
farfalla irrazionale,
si da.

Dono,
rosa del male,
ti suono.

Melodia,
mito vissuto in poesia.

(D.D.)


venerdì 8 marzo 2013

Quel che è degno d'un uomo

Sogno come un bambino,
ma quel che è degno
d'un uomo, crudel destino,
oso. E pago il pegno.

Amo come un poeta,
ma il trucco del canto
d'Orfeo e d'ogni esteta
vivo. E smaschero in pianto.

Come un principe respiro
lo specchio nella mano
e l'illimite a cui miro.

Io talpa a guardar lontano,
io dell'anime aquila rapace,
io sperato futuro invano.

Nudo a morir sulla brace,
con la coscienza che gela e che tace.

(D.D.)





domenica 3 marzo 2013

Aristofane faceva più ridere


Riflettendo dopo il voto (di castità politica) del mio caro popolo italiano... Per iniziare: dopo il gol mangiato al San Paolo, quello che ha impedito di chiudere la partita, è probabile che Vucinic sarà il nuovo segretario del PD. Non gli resta che abbracciare la Camusso, secondo la prassi, nel nome della strenua difesa dei pensionati, anche a costo di rispolverare falce e martello. 

Nel frattempo il Movimento Sexy ha fatto davvero BOMBA (una mano a la cabeza, una mano a la cintura, la ricorderete senz'altro) e si profila nuovamente come tormentone estivo, dopo i successoni di Waffa Waffa, Danza Fanculo e il Grillino Pio (l'unico al di fuori dalla Casta ndr).

Siamo il Paese del Pop, è innegabile. Così come il fatto che i sondaggisti siano utili almeno quanto i tacchini sui tetti. Di giaguari non se ne può più, ho meno voglia io di smacchiarne ancora uno che Ingroia di fare politica, pensate un po'... ma chi gliel'ha fatto fare a quel sant'uomo? Ma nessuno gli ha ricordato che quelli di Diliberto volevano portare a Roma la mummia di Lenin come degno erede di Settimio Severo?! 

Che noia. Ora siamo pure ingovernabili e rischiamo seriamente nuovi compromessi con la Banda Bassotti. Giganti sulle spalle dei nani, questi Italiani. D'altronde Fassino l'aveva previsto che il mondo sarebbe finito il 21-12-2012, mentre leggeva la mano a Bertinotti in via Brera. Ah, ecco dov'era finito l'ultimo cosacco che ho votato quand'ero giovane e illuso. Non avevo ancora visto il Macbeth, né ascoltato la proposta di D'Alema sulla bicamerale.

In più l'altro ieri guardavo V per Vendetta e, sia pur sforzandomi, non riuscivo proprio a immaginare il volto di Casaleggio sotto quella maschera. Che dire? In Lombardia mi aspetto pure i Mangiamorte, dopo il trionfo dei Serpeverde al Torneo Tre Maghi, nonostante il voto disgiunto di Severus Piton. Voldemort non è ancora stato sconfitto, siamo solo al quinto libro, ne servono sette. Povero Harry Potter, quante fatiche! 

Fiducia sì, fiducia no. Il copione è sempre lo stesso, ma nessun attore sembra per ora disposto a impersonare Mastella. E il cast ha peraltro tutta la mia comprensione. Nel frattempo ad Arcore impazzano festini erotici ambientati nel clima delle feste di laurea di Giannino e Crosetto, anche se non manca un pizzico di attenzione all'evento più eccitante del mese di marzo: il Conclave. Sembra che la Gelmini interpreti alla perfezione Celestino V, ma senza alcun Gran Rifiuto. 

Proprio lei, la Stella Cadente del 2000, passata a Wikipedia come la sfiduciata dal consiglio comunale di Desenzano per manifesta incapacità gestionale (forse all'epoca pensava di essere il sindaco di Gardaland ndr), sarà vicepresidente della Lombardia negli anni dell'Expo. Sempre che i vari Mazzini, Cattaneo and co. non decidano, tornando alla radice dell'errore, di riconsiderare le qualità di uno come Radetzky...

In attesa di un nuovo Aristofane, ci salvi Justin Bieber!

(M.T.)

domenica 24 febbraio 2013

Sempre dalla parte di Ralph

Forse per via di quei capelli biondi,
avrei voluto vederli allo specchio, 
ero un ragazzino.

Forse perché odio la caccia,
non uccido le madri per giocare,
siano di cervo o di cinghiale.

Forse perché ho paura della guerra,
anche quando sembro pronto a inveire,
ho l'animo buono.

Non vorrei che il mio miglior amico fosse grasso,
ma me ne pento, mi vergogno.

Vorrei però che fosse strano,
perché sono affascinato da chi è diverso dentro.

Che peccato vedere un cervello sugli scogli,
l'esplosione di un cranio è una speranza infranta.

Non so se servirà, ma vorrei vedere il fumo,
lo sento bruciare in questo inchiostro.

Su un'isola selvaggia si perde la rima,
ma non il desiderio di restare umani.

Basta credere nella conchiglia.

Siamo grandi abbastanza per fare scelte abbastanza grandi.

Jack, hai perso.

(D.D.)



lunedì 11 febbraio 2013

Dribbling

Dicono sia solo un gioco,
ma quei tocchi dipingon sorrisi
e m'accendono il cuore di fuoco,
d'una sfera ch'è gioia sui visi.

Una porta, verso il sogno, evasione
in occhi e divise di periferia,
col parco ch'è stadio per magia
quando la rete accarezza il campione.

Fantasia, corre nell'animo d'ogni bambino
al volo acrobatico del portiere,
mentre coraggio respira il terzino.

Finta su finta, qual bel vedere
il baciato dall'arte, nel valzer sopraffino
ch'ogni pia grinta ha messo a sedere!

Colpi di tacco, l'impeto in scivolata,
e dribblo i pensieri d'un'altra giornata.

(D.D.)




IMMAGINE: Oopsy daisy Vintage Soccerball - Aaron Christensen










giovedì 7 febbraio 2013

Le Muse di Alpha



Lo chiamavano Alpha, quel mondo umano che accompagnava la loro senilità, la cui quotidianità andava dissipando emozioni e ricordi, cancellando insieme il passato e il presente. Il futuro no, quello non l’avrebbero mai vissuto, avendo da tempo rinunciato all’immortalità. Le Muse, figlie di Zeus e della Memoria, stanche di guardare dall’alto e con l’indifferenza concessa solo e soltanto agli Dei le più empie scelleratezze terrene, avevano scelto di dimenticare, incamminandosi verso il sepolcro, passo dopo passo, ruga dopo ruga. Per ogni lacrima versata dalla loro disperata madre sarebbe così evaporata, nella mente delle nove sorelle, un’immagine dell’antica gloria a cui avevano preso parte.

Calliope s’era spenta per prima, in molti erano giunti persino dall’Olimpo per rendere omaggio alla sua camera ardente: forse anche Zeus, in uno dei suoi più indecifrabili travestimenti. Poi le altre, ma la partecipazione umana e divina ai loro funerali era stata sempre meno ampia e consapevole. Spirata Tersicore, tanto amata dal Padre, al grande dolore era seguita l’ira del sommo capo del Cielo, che aveva quindi deciso di vietare a tutti i suoi sottoposti qualsiasi nuovo contatto coi mortali. Zeus sapeva infatti che era stata Clio, superstite, a convincere le sorelle a diventare umane. La Musa della Storia aveva oltretutto sdegnato anche la madre, accettando di vivere in uno stato di avanzata demenza senile, senza il benché minimo rispetto della propria essenza divina.

La Memoria continuava a far visita, all’insaputa del marito, solamente a Talia ed Erato, anch’esse sopravvissute, che trascorrevano i loro ultimi giorni in una casa di campagna, in quasi totale isolamento. Una giovane badante, probabilmente extracomunitaria, portava loro il cibo e il necessario per un’anonima e annoiata sussistenza. Non rammentavano come l’avevano conosciuta e ogni volta si stupivano del fatto che la bella ragazza dagli occhi verdi non volesse mai un compenso in denaro. Diceva di chiamarsi Speranza e di considerare tutto questo come il frutto dell’affetto di una madre. Anche Lei, dall’alto della sua anima celeste, aveva evidentemente appreso la tecnica della metamorfosi.

Come ogni pomeriggio, anche in quel rigido giorno di febbraio la televisione era accesa. Erato attendeva la nuova puntata dell’ennesima soap opera in cui tentava di riconoscere i sempre più vaghi ricordi sull’Amore, che un tempo soleva cantare, mentre Talia, scuotendo la testa, rideva di sé stessa, avendo compreso di essere l’ultima Commedia da scrivere. La Speranza bussò alla porta, aveva un mazzo di variopinti fiori tra le mani, che quasi ne riflettevano il sorriso smagliante. E questa volta non era sola. Non esitò a presentare i quattro ragazzi che la accompagnavano. I Sognatori, così li chiamò, coloro che riporteranno in vita le Muse del pianeta Alpha. Pochi tra le mura di una piccola casa, tantissimi nell’infinito spazio del mondo umano. 

La ragazza, che nonostante la tenera età aveva un tono decisamente materno, svelò alle due anziane sorelle il perché delle misteriose parole appena pronunciate. La nuda terra ove erano state deposte le defunte Muse ne aveva assorbito il potere, regalando nuovamente la loro Arte ai figli del pianeta Alpha. La consapevolezza di essere capaci di creare andava sempre più manifestandosi nel genere umano, in concomitanza di una crisi esistenziale che rendeva ormai da tempo inadatte e inefficaci le affermate gerarchie dei massimi sistemi di potere presso i mortali. 

Erato ebbe l’istinto di afferrare il telecomando, per mettere a tacere il ridondante vociare proveniente dallo schermo, mentre Talia spense il suo ridere amaro in un sorriso sincero. I ragazzi parevano Elena e Paride, Orfeo ed Euridice. Antichi eroi. Ora diventava tutto più chiaro. Aiutandosi rispettivamente con un bastone e con la sponda del divano, le due donne si precipitarono lentamente, divine menti in fragili e consumati corpi, tra le braccia di quella loro madre bambina. Memoria, forse l’Immortale più amata nell’istante di vita degli uomini. Alcuni hanno inventato le tecnologie, altri si sono ricordati il significato dell’Arte. In molti si gratificano ancora nei valori della Giustizia. Ecco perché le Muse avevano scelto di vivere e morire sul pianeta Alpha, ecco le ultime parole sanguinate dalla penna della Storia. Gli uomini, dolci e amare essenze amate da tutte quante le sorelle, sotto la guida dalla folle Clio, convinta di poter cambiare il corso di sé stessa donando il proprio corpo alla Terra. Una lacrima scese ingenua sul viso della badante, che, mescolando un accento russo ai singhiozzi del rimorso, si rese conto di non poter più odiare la più coraggiosa delle proprie figlie. 

Colei che sembrava impersonare la più bella delle donne di Sparta teneva nelle mani un foglio di carta e una matita, armi semplici ma efficaci. E quando Erato cominciò a cantare ella seppe fare della Storia un dettagliato disegno. Il supposto principe troiano, che in realtà era uno studente appassionato di informatica, non esitò a estrarre il proprio telefonino, per fotografare quel ritratto di immane bellezza. L’Arte lo avrebbe fatto persino innamorare! Talia sorrise di nuovo. Ora pensava a una Commedia narrante di uomini nascosti dietro entità virtuali, connessi a una rete di conoscenze fittizie e soggetti ai più svariati e curiosi equivoci. Quasi vittima dell’ironia del destino, Orfeo si voltò. Ancora una volta. Ma non fu che l’affascinante mistero della somiglianza. Riconobbe la timidezza nello sguardo tremante di quell’Euridice che non fu costretta a sparire per sempre, bensì a rispondere a una domanda del ragazzo desiderato. Annuì, perché quel viso lo aveva effettivamente già visto, tra gli effetti personali dimenticati da un signora ultracentenaria nell’ospedale in cui lavorava come volontaria. Li aveva riportati di persona, la sera stessa, all’indirizzo rintracciato tra i documenti presenti all’interno della borsa dell’anziana paziente. Non era la prima volta che ciò si era verificato. La donna era totalmente priva di Memoria. 

Elaborarono un piano, avendo intenzione di ricongiungere Clio alla madre e alle sorelle. Euridice recuperò diverse immagini della sua vita, facendo attenzione a dare particolare rilievo alle interpretazioni più moderne e meno convenzionali della Storia, eseguite da artisti apparentemente folli, ma proprio per questo più simili a Lei. Elena ultimò il suo ritratto e ne realizzò altri, sulla base delle descrizioni della Memoria, opportunamente registrate da Paride sul telefonino. Proprio il principe della tecnologia si dedicò, insieme ad alcuni amici, alla creazione di un programma di realtà virtuale, in cui inserì gran parte del materiale raccolto dalle ragazze. Orfeo, la voce per eccellenza, avrebbe dovuto recarsi da Clio e convincerla a osservare dentro quello strano specchio malfunzionante che i più solevano chiamare computer. All’interno di quel mondo virtuale, parallelo e intrigante, si sarebbe nascosta, sotto qualche bizzarra invisibile forma, anche la madre, che non voleva apparire dal vivo, vinta dalla vergogna. 

La trovarono in fin di vita, con un’infinita tristezza negli occhi scuri e profondi che parevano contenere due galassie. Sola, come sempre, nel suo appartamento immerso nel muto frastuono della grande città. Guardava dalla finestra, su una piazza dedicata a un certo Giovanni, che doveva aver compiuto qualche raro miracolo nel passato di quel mondo mortale. Sapeva solamente che cinque piani di scale la separavano dall’ecosistema esterno, attraversato con coraggio solo il martedì mattina, quando era costretta a recarsi in ospedale, per fare una serie infinita di dannate punture.

Magrissima, aprì alla porta, aspettandosi di vedere la bellissima Ninfa che ogni tanto le riportava la borsa. Le parve di ricordare il volto di Apollo. E allora serrò le palpebre, per non vedere le fattezze di colui che, ingenua e impulsiva come sempre, stava prendendo per mano. Orfeo cominciò a cantare, fermando l’avara pretesa di Ade sull’anima della docile signora ancor prima che la rassegnata diffidenza tipica delle anziane vedove. Seduta su una poltrona rossa come il sangue, in una stanza semibuia che ricalcava l’atmosfera degli Inferi, ricominciò a guardare. Lo specchio era animato, si muoveva, mutava incessantemente l’oblio nella consapevolezza, fino all’abbraccio con la Memoria. “La Storia vi sarà per sempre grata, giovani Sognatori!”. 

Nessuno può sapere con certezza come andò a finire questa vicenda, né che ne fu di Clio, Erato e Talia, una volta che furono ricongiunte e poterono gioire dell’Amore della loro madre. Ma sul pianeta degli uomini rifiorì in tutto suo splendore quell’Arte di cui le nove sorelle erano state custodi sin dai tempi più remoti, ravvivata da nuovi mezzi e da un pensiero sempre più aperto all’innovazione. Diffusa era la convinzione che questo domani migliore fosse in qualche modo, forse da una stella, oppure da qualche minuscolo angolo del virtuale, vegliato e protetto dalle Muse.

(M.T.)


IMMAGINE: Abstrat Colorful Nine Muses - Kazuya Akimoto

mercoledì 30 gennaio 2013

Viaggio II

Tornerò,
te lo giuro urlando,
oh viaggio che stai passando!
Ma non si può.

Catene,
sian d'amore o di guerra
coi re della mia terra,
mi fan preda delle Sirene.

"Non chiuder quella porta!"
gridavo girando la chiave
nel cuore, ferita soave.

"Non cantare questo sonetto!"
sussurro all'anima insorta,
che la memoria è ben corta.

Inetto,
dormirò ancora nel mio letto.

(D.D.)


lunedì 28 gennaio 2013

Cuba

Un dicembre d'onirico sole acceso
nell'azzardo d'un Mojito al mattino
ch'annebbia il canto sul cammino
d'un Guantanamera in cambio d'un Peso.

Vinceremo! M'assolverà la storia!
E lungo la strada sgorga la vita
che più tenera d'un'umana ferita
disegna insieme campagne e memoria.

Feliz Navidad, oh pueblo cubano!
È Trinidad, dolce di zucchero amaro,
a cavallo d'un mondo 'sì arcano
che balla, sorride e non sa del denaro.

Montagne, che son bimbi in fiore
e fresche acque, saluti e lavoro
dell'anime attonite per via del colore
de li occhi miei e del mio oro.

La penombra infiamma del Comandante
il sepolcro, eredità di sogni e rancori,
miti, amici, compagni e traditori,
d'un altro Onesto cavaliere errante.

Ogni lettera bianca sulla sabbia
se la divora di ghiaccio il mare
sotto il vapore di nubi amare
nell'orizzonte d'inverno e di rabbia.

Dalle Alpi ai Caraibi, è pirata
questo sentiero già giunto al ritorno,
funesto veliero di neve nel forno
e presto un ricordo di valle incantata.

Parete rocciosa, grande quaderno
e muro di storia ch'è tinto d'arte,
ecco l'umano a giocar le sue carte
e tender piano la mano all'eterno.

Aver un cuore da bambino,
nessuna vergogna, è un onore,
allor calcio un pallone, oh scrittore,
e nella tua Habana avverto il destino.

Ogni anno è un anno nuovo,
sia viaggio, miraggio o canzone,
mentre vago silenzio stupito trovo
nei sacri marmi della Rivoluzione.

(D.D.)





domenica 27 gennaio 2013

Ventisette di gennaio

Ventisette di gennaio,
giorno uguale, giorno diverso,
oltre l'oblio, orribil guaio,
perché il dimenticato è perso!

Un dramma ch'è quasi lontano
nella memoria piano riaffiora
e mette in luce cos'anche siamo,
poca gloria, quasi uomini ancora.

Che c'è chi quel turpe vento
di fumo e umanità stravolta
vuol segregar nel Novecento
e cancellando uccide un'altra volta.

Che c'è chi senza vergogna
fa dell'ignobil scempio idolatria,
confonde il vero con la menzogna
e a mano alzata saluta la follia.

Si fascian la mente e il cuore
quei che acciecati dall'ignoranza
s'adornan dei segni d'un atroce dolore,
amare svastiche, sprezzante arroganza.

Anche per lor che vivon come bruti,
a voi vinti fanciullini passati 
senza futuro, non sopravvissuti,
chiedo perdono dai nostri peccati!

Chiedo perdono nel dì del ricordo
e vi scongiuro, oh trame spezzate
dalla violenza d'un odio 'sì ingordo,
l'umana natura, matrigna, scusate!

Chiedo perdono ogni altro giorno,
che i vostri sguardi ammazzati
e ogni filo spinato e ogni forno
mi porto dentro, com'urli disperati,

nel pensiero, indelebili frammenti
di conoscenza, d'ogni scelta timone.
Nelle mie idee sarete sempre viventi,
vi sento nel petto in continuazione!

La rossa maglietta di sangue versato
ch'il buon Schindler non poté salvare,
l'affetto che Konradin, amico ritrovato,
dolce e intrepido seppe provare.

E poi le soffocate parole lievi
del diario di Anna, oh sventurata!
I dubbi sull'uomo di Primo Levi,
mortal ferita mai rimarginata.

Il coraggio di Giovanna, la sua paura
e i sorrisi di chi "la vita è bella"
cantò al figlio nella notte scura, 
che cucita addosso avea l'unica stella.

E voi tutte, oh anime perdute,
avrete futuro finché l'avrò io,
che siate celebri o sconosciute,
so che nei lager moriste con Dio!

Come me faranno altri molti,
che se si studia, si pensa, si riflette
e tra cent'anni, in barba agli stolti,
ricorderemo "è gennaio, il ventisette!".

(D.D.)


giovedì 17 gennaio 2013

Ci sono i ricordi

Ci sono i ricordi,
quei luoghi di vita,
pochi accordi
di musica infinita.

Li colora il sorriso
delle belle stagioni,
poi di sale sul viso
la più nera delle prigioni.

Ci sono i ricordi, 
quei venti di morte
che senti e che mordi.

Li colora la sorte
d'un tempo indeciso,
bugia a gambe corte.

Son passi di Paradiso
lasciati a briglie sciolte.

(D.D.)